Bolchi: “Lo scippo di Cremona, la pazzia di Rossi, le sigarette del Bisonte…”

Parla Maciste: “Che tracollo in A nel 1983! La stagione della promozione mi volevano cacciare via, poi però prese corpo quella rimonta da urlo. E su Hubner vi dico che…”
31.01.2021 19:00 di Flavio Bertozzi   Vedi letture
Bolchi: “Lo scippo di Cremona, la pazzia di Rossi, le sigarette del Bisonte…”

Avviso ai naviganti. Questo non è un pezzo per chi si nutre di interviste ‘mordi e fuggi’, di interviste che durano il tempo di un pezzo trap, di interviste colme di quelle solite banali filastrocche imparate a memoria dal (banalissimo, noiosissimo e pure tatuatissimo) calciatore moderno di turno. No, questa è un’intervista lunga quasi come le gambe della Seredova. Un’intervista per veri intenditori in bianco e nero. Un’intervista che arriva da lontano. Un’intervista da gustarsi lentamente, senza fretta, senza distrazioni. E non soltanto perché Bruno Bolchi è…Bruno Bolchi. E non soltanto perché, la promozione di San Benedetto del Tronto del 1987, resta forse (anzi, togliamo pure quel forse) la più bella promozione di sempre arpionata dal Cavalluccio. 

Bolchi, come sta?
“Il 21 febbraio faccio 81 anni, ma io sto benone. Con i tempi grigi che corrono è già qualcosa, no? Questo maledetto Coronavirus è un osso duro che non vuole mollare la presa, non è mica facile restare a galla…”.

Cosa le manca di più dell’era pre-Virus?
“Tante cose semplici, tante piccole gioie quotidiane. Ma pure i viaggi che facevo con mia moglie. Perché io, sino a un annetto fa, ho sempre avuto la buona abitudine di farmi 2-3 vacanze ogni inverno. Sempre all’estero. Sempre al caldo. La vita, soprattutto quando arrivi alla mia età, bisogna godersela”.

Il suo amato Cesena lo segue ancora, vero?
“Sempre! Non potrei fare diversamente, visto che in Romagna ho lasciato un pezzo di cuore. E tanti amici di lungo corso”.

Due parole sulla truppa di Viali.
“Non mi faccio certo condizionare dalle ultime due battute a vuoto. Secondo me il Cesena sta disputando un buon campionato, ben al di sopra delle aspettative. In questo girone così avvincente ci sono almeno un paio di squadre più attrezzate dei bianconeri. Ma essere lassù a sgomitare è già un motivo di orgoglio. I giochi sono ancora aperti, vediamo come va a finire questa volatona. L’imperativo ora è salvaguardare i play-off…”.

Con lei, più che di presente e di futuro, vogliamo però parlare di passato.
“Non c’è mica problema. Sono pronto. Da dove cominciamo?”.

Dalla sua prima avventura a Cesena. Correva la stagione 1982-83. Serie A.
“Partimmo forte, quella stagione. Alla fine del girone d’andata eravamo incredibilmente settimi in classifica. A Cesena c’era chi sognava ad occhi aperti una qualificazione in Coppa Uefa. In città si parlava solo di noi…”.

Poi però, il vostro girone di ritorno, fu da film horror.
“All’improvviso si ruppe qualcosa nello spogliatoio. Qualche giocatore si montò la testa. Cominciammo a prendere vagonate di gol, a perdere partite su partite. E così, dopo una lunga agonia, sprofondammo in serie B”.

Nonostante quel tonfo, 4 anni dopo, il vecchio Lugaresi la richiamò a Cesena.
“Ma quella volta, però, riuscii a far felice Edmeo. E tutto il popolo bianconero”.

E pensare che, anche quella stagione cadetta, per il Cavalluccio  era cominciata nel peggiore dei modi.
“Dopo poche giornate la squadra era in zona retrocessione. A Cesena c’era maretta. Maretta grossa. Per il sottoscritto, l’aria, si era fatta pesantissima. I tifosi chiedevano a gran voce la mia testa. Ero più cha mai sulla graticola…”.

Poi però, la gara col Vicenza, segnò l’attesa svolta.
“Vincemmo 2-0, al Manuzzi. E, al triplice fischio finale, Cavasin e altri giocatori andarono a strappare uno striscione apparso nei Distinti che diceva ‘Bolchi vattene’…”.

Sulla vostra rimonta ci si potrebbe scrivere un libro intero.
“La squadra, sospinta da qualche senatore, da una manciata di giovani ‘fatti’ in casa e dal tandem Bordin-Aselli (arrivato nel mercato di riparazione, ndr), iniziò una remuntada da urlo. Arrivammo anche sino al 1° posto, poi per colpa di un derby perso col Bologna alla penultima giornata rischiammo addirittura di buttare via tutto…”.

Ma a San Benedetto del Tronto…
“Mi emoziono sempre a parlare di quella vittoria. Eppure io, in carriera, ‘qualcosina’ ho vinto…”.

Quel 2-1 ‘targato’ Cuttone e Bordin è entrato nella leggenda bianconera.
“Il Lecce del mio amico Mazzone era il vero grande favorito di quello spareggio, per tanti motivi. Ma il Cesena, quel pomeriggio di inizio luglio, fu semplicemente magistrale”.

In porta, al Riviera delle Palme, c’era un ‘vero’ figlio del Cesena.
“Ricordo ancora quel giorno in cui Edmeo e Cera mi presentarono un ragazzo che rispondeva al nome di Sebastiano Rossi. Entrambi mi dissero: è un mezzo matto, un tipo strano che litiga con tutti, ma tra i pali ci sa fare. Avevano ragione in pieno…”.

Il Portiere Pescatore ci mise poco a conquistarla…
“Partimmo con Dadina titolare. Ma dopo una misera manciata di gare Rossi si prese il posto. Portiere strepitoso, Seba. Che infatti, dopo aver fatto degli ottimi anni a Cesena, col Milan ha vinto tutto”.

Lei, a Cesena, uno spareggio per il Paradiso l’ha pure perso.
“Successe nel 1994, a Cremona. Durante il mio terzo ed ultimo ciclo in bianconero”.

Quella sfida da dentro e fuori col Padova, in riva al Savio, se la sognano ancora la notte.
“Nel forno dello Zini, sottoporta, sbagliammo molto. Anche se, a dirla tutta, a strapparci di mano quel meritato pass per la A non furono le parate di Bonaiuti. E nemmeno il gol di Coppola del definitivo 2-1. Ma l’arbitro. Il livornese…”.

Il ‘famoso’ Ceccarini…
“Quel calcio d’angolo da cui poi nacque il gol del loro pareggio non c’era assolutamente. Poche storie, a Cremona siamo stati rapinati. Se solo fossimo riusciti ad arrivare all’intervallo ancora sull’1-0…”.

A aprire le danze di quello spareggio era stato il suo amato Bisonte.
“Che attaccante che era, il mitico Hubner. Uno dei più forti bomber italiani di sempre. La sua storia era ed è tuttora uno spot per il calcio”.

Hubner segnava gol a grappoli, ma fuori dal campo aveva qualche piccolo vizio.
“Ad un certo punto chiesi a Dario di fumare meno sigarette. E pure di evitare di farsi il suo classico grappino del dopo-pranzo. Quella mia mossa si rivelò però un flop incredibile. Hubner, che aveva bisogno di quelle piccole gioie quotidiane per rimanere ‘vivo’, cominciò a segnare di meno…”.

Lei, così, decise subito di fare dietrofront.
“Proprio così. E Hubner riprese subito a buttarla dentro come prima. E poco importa se io stesso ero il prima a sapere che Dario, anche negli intervalli delle partite, si chiudeva in bagno a farsi qualche tiro di Marlboro”.

Ai grandi campioni si può perdonare tutto. O quasi.
“Guardate che Ottavio Bianchi, quando allenava Maradona a Napoli, sapeva bene che Diego durante la settimana la sera andava in giro e faceva tardi. Però chiudeva un occhio. Perché poi, la domenica, Maradona gli faceva vincere la partite da solo. O quasi”.

Prima di salutarci, un breve ricordo del mitico Edmeo.
“Edmeo era un uomo d’altri tempi. Con lui ho sempre avuto un bellissimo rapporto. Un rapporto fuori dal comune. Ma gli scontri tra di noi non sono di certo mancati, anche perché lui ogni tanto esagerava. Io sono sempre stato dell’avviso che l’allenatore deve fare l’allenatore e il Presidente deve fare il Presidente…”.


PS: Siete arrivati in fondo a questa lunga intervista? Bravi. Anzi, bravissimi. Si vede proprio che siete cresciuti a pane (anzi, piada) e Cesena. Continuate così. E non cambiate mai. Lo so, il vostro tempo è prezioso. Ma la storia (rigorosamente in bianco e nero) va sempre rispettata. E ricordata. Al massimo, se avete i minuti contati, infischiatevene del calcio moderno. E dei suoi asettici protagonisti. Protagonisti che hanno sempre meno cose da dire, meno storie da raccontare.