“Va bene, ma io non ho ancora capito: in difesa il libero chi lo fa?”
“Va bene, ma io non ho ancora capito: in difesa il libero chi lo fa?”.
Erano i dubbi di Edmeo Lugaresi, erano i dubbi di tutto uno stadio di fronte ad Attilio Perotti. L'incrocio con il Siena ai giorni nostri significa innanzi tutto Mario Beretta, mentre ai giorni di ieri rievoca un altro allenatore che provò (senza riuscirci) a cambiare la cultura calcistica del Cavalluccio.
Come è noto, dopo l'ultima retrocessione dalla A alla B il Cesena era ripartito da Nicola Campedelli. Dopo la penultima invece scelse una via sorprendentemente innovativa, chiamando Attilio Perotti, reduce da una convincente esperienza a Siena. Non aveva la postura del condottiero, compresso in un fisico minuto alla Dudley Moore con il vezzo di un foularino non proprio da sergente di ferro. Non aveva il fisico troneggiante di un Bolchi o di un Bisoli, però aveva delle idee e le spiegava a voce bassa, convinto che in fondo non dovrebbe essere obbligatorio urlare per farsi ascoltare. In attacco provò a sollevare il morale dell'ultimo Amarildo e a gestire il talento fumantino del primo Lerda, in una squadra che rivista oggi non era mica male (Jozic, Piraccini, Fontana e così via) ma giocava un calcio troppo avanti per i nostri cortili. Sì perché Cesena resta una segreteria del partito conservatore: quando si batteva Galeone si tuonava di godimento e in fondo l'addio di Sacchi dal settore giovanile non lasciò nemmeno troppi rimpianti. La zona non abitava qui, almeno non nei primi anni '90, quando Perotti osò uno schieramento in linea dietro che sconvolse gli equilibri.
La zona a Cesena era Vasco Rossi alla Cà del Liscio, era il primo venditore di kebab tra mille chioschi di piadine, un assaggio del pacchiano calcio di Maifredi in un mondo dove il gol bello è solo quello in contropiede. Eppure quel Cesena edizione 1991-'92 giocava pure bene, ma alla fine ogni gol preso era colpa della difesa a zona, anche i tiri da 30 metri, anche gli autogol che sorprendevano quel gatto magico di Alberto Fontana.
Così Perotti durò un solo anno, pagando uno sbarco troppo in anticipo per il fuso orario di Cesena. Eppure poteva essere una risorsa, in uno sport dove se parli in privato con i dirigenti, capisci che il loro sogno è fare l'allenatore, mentre se parli con un allenatore, scopri che si sentirebbe un perfetto dirigente. Ad essere completamente sinceri, il massimo restano i giornalisti, che a seconda dei giorni si sentono pronti per fare il giocatore, il dirigente o l'allenatore: il problema è che nessuno li ingaggia.
Attilio Perotti invece è stato uno dei pochi allenatori a passare con successo nel settore dirigenziale, preoccupandosi sempre di costruire qualcosa in posti di calcio bollenti (Genoa), silenziosi (Piacenza) e con aspetti unici (Livorno). Nessuno si ricorda come sia un suo urlo, ma tanti suoi ex giocatori si ricordano delle sue idee. Addirittura riesce a farsi ascoltare da anni da quel tritacarne di Aldo Spinelli a Livorno e vista da fuori sembra un'impresa oltre lo scibile umano. Poi però ripensi alla sua carriera, a Lugaresi padre che continuava a chiedergli chi fosse il libero tra Marin e Barcella, perché da fuori non si capiva. La risposta esatta era “nessuno”, ma riuscì a girarci sempre intorno e mantenne il segreto per tutto un campionato.
