Più farmaciste, meno influencer
Al Bar Cesena, tra un buon caffè e una birretta gelata, rimpiangiamo sempre il calcio di una volta. Massì, il calcio di una volta. Il calcio dove c’erano le bandiere, le bandiere quelle vere, le bandiere con la B maiuscola, le bandiere che non avevano bisogno di cantare Romagna Mia sotto la curva per aggraziarsi i tifosi. Il calcio dove i calciatori si sposavano con castigatissime farmaciste acqua e sapone e non con smutandatissime influencer dai grandi seni di plastica e dall’alto quoziente di mignottume. Il calcio dove i calciatori d’estate in vacanza andavano a Montecatini, a Fiuggi, a Bagno di Romagna. E non ad Ibiza, a Formentera, a Mykonos. Il calcio dove c’erano il libero, lo stopper, il tornante. Il calcio dove c’erano i terzini che andavano su e crossavano, non gli esterni che salivano. Il calcio degli Edmeo Lugaresi, degli Agatino Cuttone, dei Sergio Domini, dei Davor Jozic, dei Romeo Anconetani, dei Diego Armando Maradona, dei Michel Platini, dei Marco Van Basten. Il calcio dove i presidenti e i diesse sbagliavano i congiuntivi ma almeno ci mettevano sempre la faccia. Il calcio dove certi fantasisti avevano la pancetta e i rotolini, ma al pallone sapevano dare sempre del tu. Il calcio dove c’erano le rose da sedici elementi, massimo diciotto elementi. Il calcio dove i campionati cominciavano a metà settembre, non a Ferragosto. Il calcio dove tutti i tifosi (ma proprio tutti, eh) sapevano recitare a memoria la formazione tipo della loro squadra del cuore. Il calcio dove, prima delle partite, le formazioni non erano lette da esaltatissimi (e patetici) speaker in coma etilico. Il calcio dove gli allenatori andavano in panchina in tuta e scarpini, non col gessato e il mocassino. Il calcio dove anche una cittadina non ancora capoluogo di provincia come Cesena poteva incredibilmente arrivare in Europa. Il calcio dove i club nostrani non storcevano mai il naso quando un loro giocatore era convocato in Nazionale. Il calcio dove le maglie erano semplicemente semplici. E non agghiaccianti arlecchinate che sfregiano i colori della storia. E pure (anzi, soprattutto) i nostri ricordi. Ricordi – sigh – sempre più sbiaditi. Sempre più lontani. Sempre più al gusto di nostalgia canaglia.
CONTINUA?
