Prandelli, Zola e Pioli: Diamanti attingerà dai suoi maestri
Dai Diamanti non nasce niente? In casa Cesena si spera che la prima metà di un verso di una celebre canzone di Fabrizio De Andrè non si traduca assolutamente nella realtà. Lui, all’anagrafe Alessandro ma per gli amici Alino, dovrà prendere per mano il Cesena e dargli un assetto tecnico in grado di porlo in condizione di disputare un campionato almeno dignitoso. E siccome, bussando alla porta di Eduardo De Filippo e di un suo celebre aforisma - “gli esami non finiscono mai” - sotto esame sarà sia la dirigenza che ha scelto di scommettere su di lui, sia lui stesso che è alla prima esperienza da tecnico in Italia e in una piazza che è golosa di calcio a livelli importanti.
La transizione dalla gestione Cole
Sull’era di Ashley Cole la città ha già messo la pietra tombale. Subentrato a Michele Mignani nella giornata numero trentuno e con le chiavi tecnico-tattiche della squadra strette tra le mani per otto turni, aveva ricevuto la missione di garantire alla squadra la replica dei play-off dello scorso campionato. Obiettivo mancato, ma riempire della sabbia delle colpe soltanto il retro del suo camion sarebbe ingeneroso. Anche per lui si trattava della prima esperienza con le chiavi dorate in mano dopo che aveva sempre tenuto tra le mani in passato quelle di riserva di vice, tra Chelsea, Birmingham, Inghilterra e Inghilterra Under 21. Il giocatore, poi tecnico figlio del borgo londinese di Stepney potrà forse rialzare la testa. E, in ogni caso, sarà lontano da Cesena e al di fuori dei confini della Romagna. Adesso si è aperta l’era di Diamanti, scelta partorita dopo che la margherita dei possibili successori aveva avuto diversi petali da strappare. Diamanti avrà sicuramente su di sé la pressione di chi è chiamato a portare il Cesena in lidi di tranquillità. Se poi questa tranquillità sarà prodromica alla gloria, non è naturalmente dato saperlo. Ma, considerata sia la difficile gestazione che ha portato alla scelta dell’allenatore, sia la situazione societaria chiamata a definirsi progressivamente e poi in grado di raggiungere qualche elemento di stabilità, qualche patema d’animo fuori ordinanza legato all’iscrizione, poi fortunatamente avvenuta, della squadra al gran ballo della serie B, troppo in alto l’asticella non andrà, almeno per il momento, portata.
La prima esperienza in Italia
Come giocatore l’Italia l’ha girata in lungo e in largo. Come allenatore, invece, Alino l’italico neofita deve ancora assaggiare il primo piatto. Scorrendo il suo curriculum sul rettangolo verde, il viaggio è lungo e appassionante e scorre su un treno che idealmente conduce dal Prato al Western United in Australia passando per stazioni di un certo rilievo come Fiorentina, Atalanta, Palermo, Perugia, Livorno e per qualche railway station inglese come West Ham e Watford. Per diciassette volte, poi, dal 2010 al 2013, Diamanti si è tuffato nel mare azzurro della nazionale italiana segnando una rete, ottenendo di diventare vicecampione d’Europa e il terzo posto in Confederations Cup nel 2013. Ed è fuor di dubbio che, avendo vissuto molti climi di spogliatoio eterogenei, abbia avuto modo, da protagonista in prima persona e non da conducator, di prendere le misure al modo in cui si trattano i giocatori. Perché essere allenatori è anche così, carpire da chi ti ha allenato qualche segreto del mestiere e crearsi un armadio in cui conservarlo alla bisogna. E a quest’armadio, pieno di esperienze con tecnici come Cesare Prandelli, Gianfranco Zola e Stefano Pioli solo per citarne alcuni, Diamanti cercherà indubbiamente di attingere. Alino il neobianconero, in Australia, ha cominciato a sperimentare la panchina con il Melbourne City Youth in terza serie e ha avuto modo di regalarsi e regalare gioie mandandolo in NPL Victoria, in pratica assicurandogli una promozione. L’Australia, ça va sans dire, gli resta ben piantata nel cuore. Ma dalla terra d’Oceania a quella italica aveva tracciato da subito un ponte fatto da due piloni, uno quello della gratitudine per il paese in cui ha vissuto la sua esperienza di allenatore, l’altro quello del ritorno al bel paese. Con un pieno di benzina di nostalgia sufficiente per fargli compiere il viaggio, eccolo quindi sbarcato a Cesena.
Le possibili attese
Chiedergli la luna sin dall’inizio sarà esattamente la cosa che occorrerà evitare se lo si vorrà porre in condizione di cominciare a impostare il lavoro con tranquillità. La fame di risultati ci sta, quella di alta classifica pure. Ma queste sono piantine che esigono di essere coltivate con pazienza senza metterci troppa acqua sin dall’inizio che potrebbe provocare l’effetto opposto. Dai Diamanti non nasce niente, per rifarci al verso del brano di De Andrè citato nell’incipit? No, Diamanti è appunto a Cesena per dimostrare che quello è solo il verso di una canzone, per quanto bella, e che lui vuole far nascere qualcosa di piacevole. Inesperienza di allenamento in Italia? Ci sta. Ma certo non equivale a sprovvedutezza. E, come detto, a portare acqua al mulino è anche la lunga frequentazione del rettangolo verde. Determinante sarà che intorno a lui non si crei subito la circonferenza delle frenesie esasperanti da alta classifica. A Cesena c’è un nuovo aspirante scultore di gloria che deve innanzitutto farsi un’idea del materiale su cui potrà contare e su cui dovrà poi lavorare. Poterlo fare con la complicità di chi ha fiducia nel suo lavoro e lo sostiene nella consapevolezza che i risultati sono figli di un grande e paziente lavoro sarà cosa buona e giusta.
