Più Luciano Poggi, meno Michele Criscitiello. Anche se poi…
Al Bar Cesena, tra un buon caffè e una birretta gelata, rimpiangiamo sempre il calcio di una volta. Massì, il calcio di una volta. Il calcio che faceva rima con cuore e passione, non con business e marketing. Il calcio dove gli allenatori venivano scelti per le loro competenze tecniche e umane, non perché dovevano portare sponsor e/o partnership importanti al profumo di ultima spiaggia. Il calcio dove i tifosi erano ‘semplici’ tifosi da rispettare, non ‘semplici’ consumatori finali da spennare a più non posso. Il calcio dove i giocatori, davanti a taccuini e microfoni, potevano dire sempre tutto quello che volevano. Il calcio che – quando lo spezzatino lo trovavi soltanto nel piatto, quando le immagini televisive non avevano ancora invaso ogni angolo della nostra immaginazione, quando le vittorie della nostra squadra del cuore si festeggiavano con un po’ di Stock 84… – si ‘vedeva’ anche alla radio. Il calcio dove le maglie degli arbitri era rigorosamente nere. Non arancioni. O gialle. O rosse. O azzurre. O fucsia. Il calcio dove la Coppa Italia era ancora a gironi e portava le big del calcio nostrano in provincia, vicino alla gente. Il calcio dove non bastava una misera manciata di presenze in Serie A per meritarsi una convocazione in Nazionale. Il calcio dove l’Italia andava – sigh – ancora ai Mondiali, e quei Mondiali ogni tanto li vinceva pure. Il calcio al gusto Totocalcio. Il calcio dove il Mercoledì di Coppa era sacro, inviolabile, una certezza inscalfibile che noi tutti aspettavamo con ansia. Il calcio dove un semplice buuuuuu non era un insulto scimmiottesco in salsa ghettizzante da gettare immediatamente in pasto al Popolo Bue dei social, bensì un semplice attacco da indirizzare costantemente nei riguardi dell’avversario (nero, bianco, giallo, azzurro…) di turno. Il calcio che non era stato ancora invaso da tutti questi depilatissimi e profumatissimi atleti tatuati come degli ergastolani. Il calcio processato dall’inarrivabile re degli ‘sgub’ nostrani Aldo Biscardi, dal mitico Maurizio Mosca, dall’inossidabile Luciano Poggi, dal sempre impeccabile Christian Dionigi. E non da Michele Criscitiello, da Lele Adani, da Flavio Bertozzi o da qualche irricevibile influencer di borgata. Il calcio raccontato (anche) da Gianfranco De Laurentiis, da Giorgio Martino, da Bruno Pizzul, da Paolo Valenti, da Giampiero Galeazzi, da Gianni Vasino, da Giorgio Bubba, da Luigi Necco, da Cesare Castellotti, da Marcello Giannini, da Ferruccio Gard, da Franco Strippoli, da ToninoCarinoDaAscoli. Massì, ToninoCarinoDaAscoli. Da leggere proprio così. Così. Tutto attaccato. ToninoCarinoDaAscoli. Più che un telecronista di Mamma (o Nonna) Rai, uno slogan da tramandare ai posteri. Così come sarebbero da tramandare ai posteri pure il culo e le tette di Diletta Leotta. Massì, pure il culo e le tette di Diletta Leotta. Perché – come diciamo sempre al Bar Cesena – il calcio di oggi non è mica tutto da buttare via. Anzi…
CONTINUA?
