Se ne va l’artefice della seconda serie A del Cavalluccio: un pensiero per Osvaldo Bagnoli
Si è congedato dal mondo con la stessa discrezione con la quale aveva vissuto da uomo di sport. Scomparso oggi a 91 anni, Osvaldo Bagnoli è uno di quei tecnici che si potrebbero definire quasi dei re Mida della sfera di cuoio. Non furono infatti poche le volte nelle quali riuscì a trasformare in oro le squadre con cui entrò in contatto professionalmente allenandole. E tra questa vi è anche il Cesena a cui, tra 1979 e 1981, non mancò certo di regalare soddisfazioni prendendo per mano le ambizioni di ritorno in massima serie di una città e riuscendo ad assecondarle. Certo, il merito dello scultore va di pari passo con quello del materiale che si è trovato a lavorare, ma in quella promozione dalla B alla A del 1980-81 vi fu molto di lui.
I suoi principali successi
L’Osvaldo, come lo chiamavano alla Bovisa di Milano, entra dalla porta che immette nel mondo della sfera di cuoio come calciatore. Con il Milan esordisce tra i professionisti, vince anche uno scudetto e poi passa a quell’Hellas Verona che da lui, qualche stagione dopo, riceverà il regalo più bello della sua storia ovvero la conquista del suo unico scudetto. Bagnoli si accasa poi in Udinese (due volte), Catanzaro (con 105 presenze, squadra con cui è rimasto maggiormente), Spal e Verbania. Ed è da quest’ultima che comincia a prendere forma la sua tempra di allenatore poi più volte vincente.
La seconda vita da tecnico
Ha soltanto trentaquatto anni, l’Osvaldo della Bovisa, quando, nel 1969-70, passa dal rettangolo verde alla panchina come vice del Verbania. Poi, nel 1973-74, ritorna nella sua Lombardia per diventare allenatore della Solbiatese Arno Calcio, squadra della provincia di Varese In corso d’opera lo sostituisce Angelo Franzoni, ma intanto la prima esperienza da capoallenatore finisce in archivio. Nel 1974-75 approda in riva al Lario alla corte del Como, prima come vicetecnico e tecnico della Primavera, poi, dal 1975 al 1977, come allenatore della Prima Squadra. E se, nel 1975-76, subentrando la tredicesima giornata a Beniamino Cancian, non riesce a evitare che la squadra finisca in serie B, nel 1976-77 la porta a un onorevole sesto posto. Nella sua prima stagione da tecnico perdurante dall’alfa all’omega del campionato, un bilancio niente affatto da disprezzare.
Rimini e Fano
Nella stagione 1977-78 Bagnoli ricomincia dal Rimini. Coccolato dall’aria della riviera romagnola, l’Osvaldo che non ha dimenticato la Bovisa porta il Rimini alla salvezza consentendogli di lasciarsi alle spalle Cremonese, Como e Modena e di continuare a frequentare il pianeta serie B. Nel 1978-79 approda al Fano e compie un’altra impresa, portando la squadra dalla serie C2 alla C1. La squadra stacca di ben nove punti l’Anconitana e spicca il volo. L’eco di quanto fatto a Rimini e Fano si propaga sino a Cesena, dove sta per vivere un’altra esperienza che risulterà memorabile.
Nella famiglia bianconera
Bagnoli giunge ancora in terra di Romagna, ma questa volta vestendo le cromature bianconere, con la bocca buona per le due annate appena archiviate con le campane a festa sia pur per due diversi motivi, ovvero salvezza al Rimini e promozione al Fano. E a Cesena ha tutta l’intenzione di scrivere un’altra bella pagina della sua biografia di tecnico. Nel 1979-80 proietta Adriano Piraccini e compagni al quarto posto in cadetteria facendo sfiorare loro la promozione. L’anno successivo, la dirigenza, allora nelle mani dell’indimenticabile Dino Manuzzi, gli rinnova la fiducia e vede lontano. L’Osvaldo non si lascia sfuggire l’occasione, prende la squadra per mano, la conduce al terzo posto e la fa salire sul treno diretto alla serie A. È il Cesena delle trentotto presenze di Giancarlo Oddi, proveniente dalla Lazio con cui aveva vintolo scudetto nel 1973-74 sotto la guida del compianto Tommaso Maestrelli, Adriano Piraccini, che in seguito finirà anche all’Inter per poi terminare la sua fulgida carriera ancora in Romagna e in bianconero con 228 presenze e quattro reti e del portiere Angelo Recchi, anch’egli poi finito a respirare aria di Inter. Ed er quello di Antonio Bordon che segnò in quella stagione tredici reti. Qualche chilometro più a Nord, c’è una squadra che tutto questo se lo segna bene sul taccuino e lo chiama alla sua corte la stagione successiva: si chiama Hellas Verona.
Con l’Hellas Verona
Gli scaligeri sono in quel momento in cadetteria e Bagnoli, con il suo milanesissimo “ghe pensi mi”, sforna un altro capolavoro: con lui in panchina, la squadra ritrova subito la serie A e, nei successivi tre campionati, si guadagna un quarto posto, un ottavo e due finali di Coppa Italia. Il 1984-85 è l’anno dell’esplosione definitiva. La famiglia dei calciatori a disposizione di Bagnoli annovera nomi altisonanti come il tedesco Briegel, il danese Elkjaer, Fontolan, Marangon, capitan Tricella, Fanna, Di Gennaro e Volpati. Bagnoli li mette insieme come solo lui sa fare e porta Verona sul tetto d’Italia per la prima e unica volta nella storia del club. Nel 1990, dopo essere rimasto all’ombra dell’Arena dove è stato praticamente elevato a semidio, approda al Genoa.
Con il Genoa
All’ombra della Lanterna Bagnoli trova una squadra che è sì ricca di storia e trionfi con i suoi nove scudetti e la conquista di una Coppa Italia. C’è però un segno particolare: risalgono tutti a parecchi anni indietro, e sulla sponda rossoblù del mar Ligure hanno voglia di respirare ancora aria di calcio che conta. Bagnoli lo scudetto non lo rimaterializzerà, ma, in compenso, porterà nel 1990-91 la squadra al quarto posto in Coppa Uefa e, la stagione successiva, la farà addirittura approdare alle semifinali dove approderà dopo avere fatto fuori nientemeno che il blasonato Liverpool e inchinandosi soltanto agli olandesi dell’Ajax.
L’ultima esperienza con l’Inter
Nel 1992-93 l’Inter pensa in grande e lo chiama senza pensarci due volte. All’Osvaldo della Bovisa non sembra vero di poter allenare una delle squadre blasonate della sua città, anche se da calciatore aveva vestito rossonero. Accetta e lascia subito il segno lanciando la squadra al secondo posto in classifica e alla disputa della coppa Uefa. È l’Inter di Ruben Sosa e dell’indimenticato Salvatore Totò Schillaci. Nel 1993-94 il discorso prosegue, ma qualcosa si inceppa nel meccanismo della stagione precedente; l’intesa tra Bagnoli, certi giocatori e la dirigenza viene a cessare e conosce l’amarezza dell’esonero. Da quel momento non siederà più su una panchina, pur avendo ricevuto un profluvio di offerte. A cinquantanove anni, decide di mettere in ordine nell’argenteria di famiglia le mille soddisfazioni raccolte in panchina e di ritirarsi a vita privata.
La sua filosofia applicata al calcio
Per tutta la sua vita di allenatore, Bagnoli fu fedele a una filosofia riassunta in un’intervista: “il calcio è semplice, non occorrono astruserie come zona e pressing, è importante avere la fortuna di trovare gli uomini giusti e metterli al posto giusto”. Visti i risultati, ha vinto lui.
Alcune dediche
In queste ore numerose società hanno tributato il loro omaggio a un tecnico che, con umiltà e professionalità, ha saputo farsi un nome scintillante nella storia del calcio. “In questo momento di profonda tristezza - è l’omaggio del Cesena - il Cesena Fc desidera esprimere le più sentite condoglianze alla famiglia Bagnoli”. Commosso anche l’addio dell’Hellas Verona: “Impossibile racchiudere in poche righe cosa ha rappresentato e rappresenta per l’Hellas Verona Osvaldo Bagnoli, originario della Bovisa, quartiere operaio di Milano, e di umili origini, Osvaldo ha conservato in ogni sua parola e in ogni suo gesto un’umiltà che hanno ispirato rispetto e ammirazione da ogni persona e tifosi incontrato sul proprio cammino”. Ed ecco l’omaggio dell’Inter: “L’Inter è stata la sua ultima tappa da allenatore, oggi il club ricorda con affetto Osvaldo Bagnoli, il mago della Bovisa, uno degli allenatori simbolo del calcio italiano”. Oddi, ai tempi del Cesena, sottolineò la capacità di Bagnoli di aver saputo dare vita a un gruppo solido e determinato e di avere sempre avuto con i giocatori un approccio umano e professionale.
