Ma che cazzo c’entra Fabrizio Castori con questo calcio?
Fabrizio Castori? Non c’entra un cazzo col calcio fighetto ed incravattato di oggi. Con questo calcio dove la meritocrazia e la gavetta (la gavetta quella vera, eh) hanno già da tempo fatto spazio alla politica e al leccaculismo. Con questo calcio che fa sempre più rima con banalità, con sciatteria, con faziosità, con marketing. Con questo calcio sempre più ostaggio di quella merda ‘chiamata’ politicamente corretto. Con questo calcio che non sa più regalare storie vere, storie interessanti, storie romantiche, storie da libro Cuore, storie da ricordare. Ecco perché sarebbe da clonare subito, questo 71enne terribile che già da tempo ha stracciato la sua carta d’identità. Su-bi-to. Immediatamente. Perché è come il vino, l’Uomo di San Severino Marche: migliora col tempo. Grazie alla sua continua evoluzione. Evoluzione che però è sempre riconducibile ai suoi storici principi fondamentali che abbiamo potuto conoscere anche a Cesena all’alba degli anni duemila: grinta operaia, genuinità, passione, concretezza e competenza tecnica. Poche pugnette: passano i decenni, cambiano i governi, cambiano le regole (anche) di questo Stivale sempre più ridotto a Pantofola, ma l’highlander Fabrizio Castori – recordman e decano degli allenatori cadetti, più di 1500 panchine ad infiocchettare il curriculum-vitae… – è sempre qui. Qui. A lottare tra di noi. Ad insegnare calcio. A distillare consigli ed umanità a vagonate. A vincere partite. A dare il giro a raccomandatissimi mister-filosofi che potrebbe essere suoi nipoti. Dopo aver innamorare (anche) Cesena, Carpi, Salerno, Ascoli e Trapani, l’Eroe di Lumezzane 2004 è riuscito infatti a conquistare pure la fredda Bolzano. Ed il bello, forse, deve ancora arrivare. Perché – fidatevi di me – gli occhi spiritati di questo ragazzo terribile classe 1954 non hanno ancora smesso di sognare in grande. Lunga vita a Fabrizio Castori, dunque. Lunga vita a questo highlander che arriva da un’epoca lontana (diciamo pure lontanissima, quasi preistorica) in cui il mestiere dell’allenatore era ancora soltanto bottega e non vetrina. Lunga vita all’ultimo dei Mohicani del pallone che fa ancora sorridere. Sì, sorridere. Che la proverbiale simpatia del condottiero marchigiano, oggi più di ieri, resta una salutare boccata di ossigeno in questo (bolso, fiacco, prevedibile, triste) calcio moderno. Semplicemente unico. Semplicemente inimitabile. Semplicemente irraggiungibile. Semplicemente Fabrizio Castori.
