La squadra è con Mignani. La dirigenza no. Il silenzio è dei deboli
1. Il risultato peggiore possibile.
2. Non per la partita in sé. Magari il Cesena ne avesse arpionati altri di pareggi brutti e noiosi come questo! Sarebbero comunque stati pochi punti per cullare sogni e ambizioni. Se non altro, non avremmo passato gli ultimi due mesi abbondanti a roderci il fegato e con la calcolatrice fra le mani per individuare l’esatta quota salvezza di questa stagione.
3. No, la ragione per cui questo pareggio ad occhiali è paradossalmente peggiore di una sconfitta è che da un lato il punto non cambia molto la sostanza delle cose, dall’altro non offre il giusto pretesto alla dirigenza per mettere in atto una decisione che ha già preso: mandare via Mignani.
4. La squadra è scesa in campo tramortita dalla paura di un altro scivolone, i bianconeri hanno patito le invettive emiliane per tutto l’arco del match e hanno fatto giusto il solletico a Chichizola. Eppure, nonostante le enormi lacune caratteriali che in molti (troppi) hanno palesato, il gruppo ha dimostrato di essere ancora fedele e solidale al proprio allenatore. Cosa che invece non ha fatto la dirigenza.
5. La dirigenza dapprima ha lasciato che Mignani andasse allo sbando, ignorando i tanti campanelli d’allarme che già a gennaio erano suonati (Empoli, Bari, Avellino) e tramutatisi poi in un frastuono insostenibile. Poi, dopo la batosta di martedì con il Monza - dolorosa ma purtroppo prevedibile, visti i valori e lo stato emotivo di Castagnetti e compagni -, lo ha scaricato impedendogli di replicare alla contestazione che aveva personalmente ricevuto, in virtù del silenzio stampa indetto.
6. L’esonero era già pronto. Nella testa dei vertici almeno dal fischio finale di Cesena-Spezia, il temporeggiamento delle giornate successive è stato frutto di un calcolo speculativo volto a scaricare ogni possibile colpa sul solo tecnico. Della serie: «gli abbiamo concesso così tante possibilità…» Quando invece è mancato ogni tipo di supporto e vicinanza ad una persona che, pur con gli enormi difetti caratteriali che la connotano, è rimasta perfettamente coerente con quanto di sé aveva già fatto vedere in tempi non sospetti.
7. Da mercoledì mattina è partito il classico giro di telefonate a questo e quell’altro mister. Anzi, ad arte sono state sparse voci pure di allenatori mai contattati. E si è battezzato il derby di Modena come perso in partenza. Una sconfitta che sarebbe stata ‘utile’ all’avvicendamento in panchina. Invece dal Braglia è emerso un punto che ora rimanda ogni possibile decisione sul destino del trainer genovese.
8. “Essere leader di un gruppo non vuol dire comandare, ma assumersi delle responsabilità. Soprattutto quando le cose vanno male. Io ho sempre cercato di metterci la faccia. Se vedi le mie conferenze stampa nel corso degli anni sono sempre dopo delle sconfitte, non sono mai andato a parlare dopo una vittoria”. Parole pronunciate dal ds Filippo Fusco nel giorno della sua presentazione. Le potete ascoltare voi stessi, sul canale YouTube del club. Il Cesena nel 2026 ha praticamente sempre e solo perso: dov’è stato Fusco in tutto questo tempo? E dove si trova tuttora?
9. «Come fanno Fusco e Di Taranto a parlare se i loro contratti sono in scadenza?» Chi vi scrive è convinto che i loro rinnovi siano in via di definizione. Ma, anche così non fosse, un dirigente è tale perché chiamato a prendere decisioni, non ci si può nascondere mentre chi scende in campo procede alla deriva in balìa degli eventi. Invece si persevera con il silenzio stampa, una pratica che sempre e in ogni circostanza denota tanta debolezza.
10. In un lontano futuro ripenseremo al Modena dei proclami, che parlava di serie A ma che tra andata e ritorno è stato pressoché l’unico incapace di fare gol a questo perforabilissimo Cavalluccio. In un lontano futuro. Rimanendo concentrati sul presente, l’invito è sempre quello di andare a leggere l’opinione di Stefano Severi.
A questo link trovate i 10 (s)punti
