Se Pecchia non si sedesse più di fianco a Fusco farebbe un favore a Mignani
Le ombre che si allungano sulla panchina non sono solo frutto di risultati mancanti e di una classifica che scivola via verso il basso, ma prendono forma pure dalle ingombranti sagome di chi siede regolarmente in tribuna, a pochi centimetri dal centro del potere societario.
Le prestazioni offerte sul campo in relazione ai punti raccolti parlano di una crisi profonda, appena otto punti nelle ultime dodici gare: una media da retrocessione diretta. La gestione della comunicazione e delle presenze istituzionali diventa un elemento cruciale per la sopravvivenza dello spogliatoio e anche di chi dovrebbe esserne il timoniere.
Ciononostante, nelle ultime gare disputate al Manuzzi il direttore sportivo ha deciso di farsi accompagnare costantemente da un tecnico di alto profilo, Fabio Pecchia, attualmente senza contratto e legato a lui da un passato di trionfi tra Verona e Juventus NextGen. Tutto ciò rappresenta un corto circuito professionale che va ben oltre la pur legittima amicizia che lega i due da tempi non sospetti.
In una piazza già surriscaldata dalle sconfitte, l’immagine televisiva di un dirigente che confabula con una figura dal curriculum dorato trasforma le postazioni sui seggiolini da tribuna a tribunale permanente a cielo aperto. Non importa che lo stipendio del ‘gradito ospite’ sia fuori portata per le casse del club. E a nulla vale appellarsi al rapporto che intercorre tra i due, un legame fraterno cementato negli anni. Vedere un allenatore carismatico e vincente seduto stabilmente accanto a chi deve decidere il destino della guida tecnica attuale, per forza di cose, non può essere interpretato come gesto di cortesia. Anzi, si tramuta in un atto di delegittimazione pubblica. Ogni inquadratura, ogni sguardo rubato dai fotografi finisce per concentrarsi non su quanto accade nel rettangolo verde, ma sulla reazione di quel convitato di pietra che, pur restando in silenzio, parla con la sua sola presenza.
Questo scenario, anche in assenza di secondi fini, non può fare a meno di esporre Michele Mignani a una gogna mediatica insostenibile. Già indebolito da una striscia di otto sconfitte che ne hanno minato l’autorità, il tecnico si ritrova a dover gestire un gruppo di calciatori ai quali comunque, già nella passata stagione, aveva lasciato parecchia autonomia e non aveva governato con il pugno di ferro. Un aspetto di cui si era a conoscenza e del quale andava tenuto conto.
Lo spogliatoio è un ecosistema sensibilissimo agli umori della dirigenza; quando i giocatori percepiscono che la società non sta più proteggendo il proprio condottiero, l’alibi del fallimento sportivo rischia di diventare la via d’uscita più semplice per tutti. Il messaggio che trapela non è quello di un supporto compatto alla guida tecnica, ma quello di un limbo in cui l’esonero sembra solo una questione di tempo o di incastri economici.
Nell’ultima live di TuttoCesena, fra le altre cose abbiamo discusso di come un direttore sportivo abbia il dovere istituzionale di fare da scudo alla propria squadra nei momenti di tempesta. Avere al proprio fianco allo stadio un ‘amico ingombrante’ significa, volente o nolente, prestare il fianco a speculazioni che divorano la serenità necessaria per invertire la rotta. La motivazione dell’amicizia non regge di fronte alla spietatezza del calcio professionistico: se il legame è davvero così profondo, la sensibilità dovrebbe suggerire di evitare passerelle che non fanno altro che aumentare la pressione su un collega in evidente affanno.
Alla fine, il risultato è un indebolimento strutturale del progetto tecnico. Mentre la dirigenza si gode il prestigio di una compagnia eccellente, il presente del club viene sacrificato sull’altare di un’estetica del potere che non porta punti, ma solo confusione. Il rispetto per i ruoli e per il lavoro altrui dovrebbe imporre un passo indietro, una zona di rispetto che separi le cene private dalla visibilità degli spalti. Senza questo confine, l’attuale allenatore non è più il capo di un progetto, ma un uomo lasciato solo al fronte. Se un mister eccellente qual è Fabio Pecchia decidesse di non farsi vedere più nei pressi di Fusco di qui a fine stagione, sarebbe di grande aiuto per Michele Mignani. E, conseguentemente, anche per lo stesso Fusco.
