Sfavorito ma inscalfibile, Capellini come il Chelsea: “Le critiche non mi abbattono!”

Il Tabaccaio ha ripercorso la propria carriera in esclusiva per TuttoCesena.it. E ci ha dato anche il suo pronostico per la finale di Champions.
06.05.2021 19:05 di Giacomo Giunchi   Vedi letture
Sfavorito ma inscalfibile, Capellini come il Chelsea: “Le critiche non mi abbattono!”
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© foto di DiLeonforte/TuttoCesena.it

Torniamo stasera, all’antivigilia del primo fondamentale impegno casalingo dei playoff contro il Mantova, con la consueta intervista della settimana. Questa volta è il turno del romagnolissimo ‘Tabaccaio’ Nicola Capellini, centrocampista classe ’91 che veste di bianconero da tre stagioni consecutive. Nella ‘chiacchierata’ si è parlato di rivalità tra Emilia e Romagna, del rinnovo di contratto, della promozione di due anni fa a Giulianova, di discoteche, del suo soprannome, di Inter e di molto altro ancora…

Capellini, il suo primo anno di primavera lo passò tra Cesena e Bologna. È stato utile per lei esordire in due club così importanti?
“Feci sei mesi di Cesena e poi sei mesi a Bologna. In Emilia avevo la fortuna di allenarmi tante volte in prima squadra e poi di giocare con la primavera. È stata una cosa che a quell’età lì fa piacere ed è importante per la crescita di un giovane”.

A Bologna, data la rivalità storica tra Emilia e Romagna, si sentiva un po’ un estraneo?
“Diciamo che ci sono stato veramente poco, dato che avevo l’esame di maturità ed era veramente dura per me. Dovevo prendere due treni e svariati autobus ogni volta per arrivare a Bologna. Era un po’ scomodo, difficile da gestire, infatti l’anno dopo andai a giocare alla Valenzana in C2. Ti parlo di dodici anni fa, quasi mi sono dimenticato (ride, ndr).

A proposito, alla sua prima presenza professionistica andò alla Valenzana (provincia di Alessandria) ed era di fatto molto lontano da casa. Pensa che ciò l’abbia aiutato a formarsi?
“Secondo me nella crescita di un giovane è importante anche fare esperienze lontano da casa, anche per capire il futuro andamento della propria carriera. Più uno si abitua prima e meglio è per il futuro. Io avevo la fortuna di avere quattro-cinque compagni romagnoli in squadra quell’anno, come ad esempio Drudi, Righini e altri ragazzi delle giovanili del Cesena. L’allenatore era Roberto Rossi, l’attuale tecnico del Cesena femminile. Questi fattori qui mi hanno fatto sentire a casa, fu un’esperienza bella. Tra l’altro quell’anno feci tre gol, e la prima rete di quella stagione la segnai proprio a Nardi, ai tempi del Santarcangelo”.

Successivamente andò al San Marino. Nella terra del Titano fu per lei fu un’esperienza particolare o comunque si sentiva come a casa?
“Mi sentivo a casa, anche perché anche lì c’era qualche ragazzo di Cesena e dintorni. Quell’anno lì arrivai l’ultima giornata di mercato insieme a Massimo Coda (attuale capocannoniere di Serie B con il Lecce, ndr) e feci un po’ fatica ad ambientarmi alla categoria, perché comunque all’epoca era la C1, mentre io venivo dalla C2. Nella seconda parte di stagione invece giocai tutte le partite e feci tre gol, conquistandomi la possibilità di essere acquistato da un club di Serie B. Avevo diverse scelte ma chiaramente scelsi Cesena”.

Nel 2013 provò l’ebrezza di esordire, seppur per pochi minuti, con la maglia del Cesena in Serie B. Immagino che per lei fu una grande emozione…
“Sì, l’esordio vero e proprio fu a Castellammare di Stabia contro la Juve Stabia, nella vittoria per 2-0. Quell’anno feci quattro presenze. Ebbi la fortuna di giocare anche in casa, purtroppo però in una delle poche sconfitte di quell’anno, contro il Padova”.

Nella sua seconda avventura a Forlì nel 2016, fu la prima vera e propria stagione da titolare. Quanto rammarico ci fu per quella retrocessione in Serie D?
“Il primo anno a Forlì mi ruppi crociato e menisco, quindi praticamente sono stato fermo otto mesi, giocando solo i playout. Nella seconda annata, con mister Gadda, un allenatore veramente coi fiocchi, riuscimmo quasi a salvarci. Il Forlì venne ripescato quell’anno quindi iniziammo con un po’ di ritardo e all’inizio faticammo. Ci giocammo la salvezza ai playout, ma purtroppo fummo eliminati. Comunque sì, in quell’anno feci molte partite e feci anche il mio record di gol, quattro. Fu un’annata positiva a livello personale, nonostante sia terminata nel peggiore dei modi”.

Successivamente andò a Modena, club che fallì nel giro di pochi mesi, e poco dopo nel Santarcangelo…
“Sì, mi prese il Modena, una squadra che aveva delle alte ambizioni di classifica. Purtroppo però c’era in corso una diatriba tra il comune di Modena e Caliendo, si arrivò al fallimento. Per la prima volta nella storia del calcio, una squadra venne esclusa dal campionato a novembre. A dicembre decisi di andare a Santarcangelo, dato che l’allenatore ai tempi era Angelini. In seguito ci furono vari problemi interni del Santarcangelo e di classifica, con punti tolti e punti dati di continuo. Dopo di che, seguii Angelini a Cesena e ci regalammo quello che penso sarà ricordato come un campionato più unico che raro nella storia del Cesena Calcio”.

Cosa pensò quando in quell’estate arrivò la chiamata del Cesena? Era da subito disposto a scendere in Serie D?
“Sì sì, assolutamente. Ovvio: la mia idea prima di quella chiamata non sarebbe mai stata scendere in D, perché comunque avevo 27 anni e venivo da tre-quattro campionati a buoni livelli in squadre di rilievo. Però quando uno come me sente la parola Cesena, questa fa sempre un rumore diverso. Quindi decisi di intraprendere questa avventura, perché solo l’idea di poter vincere o lottare per trionfare un campionato mi conquistò.  Andò molto bene ma mi auguro che non succeda più che il Cesena debba ripartire dalla Serie D”.

Tra l’altro quella promozione avvenne due anni proprio in questi giorni, il 5 maggio. Che ricordi ha di quella giornata?
“Fu molto tesa, perché comunque il fatto di poter perdere la promozione ci spaventava. Eravamo primi dalla fine del girone d’andata ma avevamo perso diversi punti di vantaggio, perciò la paura di perdere quella mattina lì era tanta; c’era agitazione e tensione nell’aria. Poi invece tutto è finito con una grande festa e un grande orgoglio, perché non era facile vincere al primo anno. Facemmo il record di punti di tutti i gironi quella stagione, una soddisfazione incredibile per tutto il gruppo”.

L’annata successiva tornaste in C e sulla panchina si sedette Modesto, anche se la sua avventura non andò al meglio. Come la valuta la passata stagione, considerando anche il fattore Covid?
“Sicuramente il Covid ha influito, perché abbiamo terminato con dieci giornate d’anticipo e appena quattro partite giocate con mister Viali. In quel momento di campionato eravamo veramente in gara per arrivare anche ai playoff, nonostante pure i playout fossero vicini. L’obiettivo, quando si insidiò Viali, era quello di poter raggiungere i playoff. Modesto è stato solo sei mesi, tra alti e bassi. Lui è un allenatore molto preparato sulla teoria, ma anche in campo è molto bravo. Probabilmente era una delle sue prime esperienze, doveva migliorare sotto il punto di vista della gestione del gruppo. Penso l’abbia fatto, visti gli ottimi risultati ottenuti con la Pro Vercelli”.

In estate è tornato a tutti gli effetti un giocatore del Cesena, anche se la trattativa rischiò di saltare per colpa della famosa ‘lista dei 22 giocatori’…
“Sì, ho deciso di aspettare. Misi in stand-by le altre offerte sopraggiunte perché mi sentivo con mister e ds del Cesena, avevo piacere di dare la precedenza a loro. Ho dovuto aspettare fino a settembre, ma con il senno di poi rifarei questa scelta un miliardo di volte. La preferenza, come sempre nella mia carriera, l’ho data al Cesena, in qualsiasi categoria. Ora sono contento perché mi ritrovo a giocare i playoff con questa gloriosa maglia”.

Cosa pensa che Viali abbia in più degli altri allenatori? Cosa le ha saputo trasmettere maggiormente?
“Ha sicuramente una grande intelligenza, sia tattica che fuori dal campo. Sicuramente superiore alla media. È un allenatore che sa creare empatia tra lo staff e i giocatori. La squadra quando scende in campo ha le idee chiare e sa cosa fare e quando farlo. Questa sicurezza che ci dà l’allenatore la portiamo sul terreno di gioco e la dimostriamo nelle giocate. Quest’anno abbiamo dimostrato di saper giocare a calcio; abbiamo fatto 60 gol, abbiamo in rosa il capocannoniere del campionato e siamo andati in gol con 16-17 giocatori. Dietro c’è un lavoro che ha dato i suoi frutti. L’obiettivo playoff è stato raggiunto e ora vediamo cosa ci sarà in serbo per noi, conterà molto anche la fortuna”.

Qualche giornata fa ha siglato il suo primo gol in Serie C con il Cesena, contro la Sambenedettese. Che emozioni le ha dato questo traguardo?
“È un gol importante perché lo aspettavo dall’anno scorso, avevo segnato solo in Coppa Italia. Sognavo di poter dire di aver segnato in tutte (o quasi) le competizioni nelle quali ho giocato con il Cesena. È una ciliegina, è un qualcosa che ti riempie d’orgoglio perché sono stati tre punti che ci hanno permesso di accedere matematicamente ai playoff. Sono stato molto contento, penso di essermelo meritato”.

Nelle pagelle, personalmente definii la sua azione come un’incursione ignorante tra le linee. Me lo passa come termine?
“Sì beh… diciamo che è stata un’incursione tra le linee al termine di un’azione nella quale abbiamo toccato il pallone tutti noi giocatori. Il coronamento di un’azione fantastica. Per giunta contro una squadra forte come la Sanbenedettese, che si giocherà a sua volta i playoff”.

A proposito di Samb, lei ha già vissuto quel genere di situazioni dall’interno…
“In quelle circostanze, sicuramente la squadra e l’allenatore creano un rapporto che nelle difficoltà si fortifica, quindi all’interno dello spogliatoio si respira un clima di profondo spessore umano, sebbene rimanga la delusione per il fattore monetario. Penso che la Sambenedettese disputando i playoff possa diventare una mina vagante, non avendo nulla da perdere. Staremo a vedere”.

Sabato sera ci sarà la prima gara dei playoff da dentro-fuori in casa contro il Mantova. Che sensazioni ha?
“I numeri nelle partite secche contano relativamente, è come se fosse una finale. Difficile dire chi passerà. Giochiamo contro una squadra molto forte, che ha nel reparto offensivo una grande qualità. Due mesi fa ci hanno fatto soffrire, fu una partita combattuta. Nei playoff non esistono partite normali. Conterà molto l’aspetto nervoso”.

Come Nardi, anche lei ha il contratto in scadenza a giungo. Che sensazioni ha in merito a un rinnovo?
“Al momento non ci penso, ci sarà tempo per parlarne. Mi auguro il più tardi possibile perché spero che questa stagione finisca a giugno inoltrato. Dopo di che parleremo e ognuno prenderà le proprie decisioni”.

Quanto è importante per una squadra molto legata al territorio come il Cesena, disporre di più giocatori romagnoli come può essere lei, Ricci o Nardi ad esempio?
“È molto importante perché aiutiamo gli altri a far capire il valore che ha questa maglia. Il Cesena rappresenta una passione che va al di là del calcio e delle categorie. Noi abbiamo l’onere di trasmettere l’importanza che ha giocare in uno stadio del genere e in una città come questa. È impagabile dal punto di vista delle emozioni, del sentirsi calciatore. Sono valori che vanno tramandati”.

Capellini, domanda scomoda. Avrebbe preferito che il Cesena non fosse mai fallito, e che quindi lei probabilmente non sarebbe più tornato a giocare per questa squadra, o preferisce che le cose siano andate in questo modo?
“È normale che in primis da tifoso il fallimento è sempre una cosa che uno non si auspicherebbe mai. È anche vero, con il senno di poi, che il Cesena era arrivato ad un punto in cui era inevitabile il fallimento. Ti dico che è come aver messo un punto finale, per un nuovo inizio, con l’auspicio che questa brutta esperienza serva d’insegnamento per il futuro. Onestamente, ai tempi non mi aspettavo neanche che il Cesena potesse fallire, è stata una cosa veramente brutta per tutto l’ambiente. Dal mio punto di vista mi è stata data l’occasione di riportare il Cesena dove merita, non potevo non coglierla. Oggi sono contento di potermi giocare qualcosa di grande con questa maglia”.

In carriera l’ha aiutata il fatto di essere continuamente tenuto a dimostrare il proprio valore e a lottare per un posto da titolare? Questa cosa l’ha forgiata?
“Io penso che la competizione all’interno del calcio sia la cosa più bella che ci sia. È ciò che ti dà un obiettivo per il quale lottare durante la settimana ed è quello che rende questo sport lo sport più bello del mondo. Puoi passare dall’essere, da una settimana all’altra, il giocatore più forte del mondo all’ultimo dei panchinari. Ormai ho una maturità tale che mi permette di non esaltarmi troppo dalle cose positive e di non farmi abbattere da quelle negative che la gente dice”.

Ha una sorta di scorza che la protegge…
“Sì, a me interessa allenarmi e cercare di mettere in difficoltà l’allenatore per le scelte della domenica, dando l’esempio magari ai più giovani: anche quando non si viene chiamati in causa è comunque importante per tutti allenarsi al massimo. La fortuna del Cesena di quest’anno è l’avere un gruppo che si allena in silenzio e nel quale tutti danno il loro apporto positivo alla squadra”.

È sempre stato un giocatore molto duttile. Ora in che zona di campo si trova meglio? Nel ruolo di mezz’ala che le ha dato Viali?
“Sì, diciamo che quello è il mio preferito. Mi trovo molto bene anche nelle rotazioni che facciamo ora a centrocampo, mi piace molto”.

È sempre stato un tifoso del Cesena? Per quale squadra simpatizza a livello nazionale?
“Da quando a nove anni ho messo per la prima volta la maglietta del Cesena non ho più cambiato idea. A livello nazionale mi piace l’Inter, ma non sono uno di quei tifosi accaniti”.

Ieri sera è arrivato il verdetto: la finale di Champions League sarà tutta inglese, tra Chelsea e Manchester City. Un suo pronostico?
“Sicuramente sulla carta ti direi che vedo il Manchester City avvantaggiato, anche se ieri sera contro il Real ho visto veramente un bel Chelsea. Mi piacerebbe che vincessero i blues, perché li vedo sulla carta più sfavoriti. Mi piace che nel calcio vinca il meno favorito”.

Tutti la chiamano ‘tabaccaio’, per merito dell’attività gestita nel cesenate dai suoi genitori. Le piace questo soprannome?
“Ma sì dai, diciamo che va benissimo, è una cosa vera e mi fa piacere, non c’è problema”.

Qual è il suo genere musicale preferito?
“Ascolto un po’ di tutto, in particolare mi piace in molto il rock e anche la canzone italiana”

Capellini, per chiudere volevo da lei un parare sulla migliore discoteca qua in Romagna, dato che a breve riapriranno…
(ride, ndr) Sicuramente per sfruttare l’opportunità di stare all’aria aperta, non so se aprirà, ma ti direi la Via delle Rose o la Villa Papeete. La scelta è tra quelle due lì”.