Pippo Marchioro, la scomparsa di un poeta del calcio vero e umano

Nel giorno della sua scomparsa, il nostro ricordo dell’allenatore che condusse il Cavalluccio a disputare le coppe europee per la prima ed unica volta.
06.08.2026 14:45 di  Cristiano Comelli   vedi letture
Marchioro con Dino Manuzzi
Marchioro con Dino Manuzzi
© foto di archivio M. Magnani

C’è un’annata che scintilla, come l’etichetta di un vino pregiato, nella storia del Cesena calcio. È il 1976-77, anno in cui la compagine approdò in Coppa Uefa varcando, per la prima e unica volta nella sua storia, il cancello di immissione alle Coppe Europee, più specificatamente alla Coppa Uefa. C’è un nome e un cognome legato a quell’impresa, quello di Pippo Marchioro, allenatore che ha lasciato in terra di Romagna un’impronta da ciclope ed è scomparso oggi all’età di 90 anni. Un altro grande vecchio del calcio, e anche di un Cesena in grado di regalarsi pagine memorabili, è stato impietosamente risucchiato nell’anno 2026 dopo Osvaldo Bagnoli. Valente calciatore, Giuseppe “Pippo” non ebbe minore caratura nella sua seconda vita da allenatore. E lascia un ricordo di chi visse il calcio in modo equilibrato senza rinunciare all’ironia e un messaggio che invita a fare lo stesso. Perché, si alzi una coppa o un trofeo o ci si trovi a dover ricominciare da una categoria inferiore dopo avere battuto il naso per terra in seguito a un’annata infausta, sempre di sport trattasi. E Pippo il talentuoso e l’innovativo lo sapeva bene.

I PRIMI PASSI CON IL MILAN
È ancora giovane, Marchioro, quando incrocia la strada di quel Milan che poi vivrà sia come giocatore di spessore sia, poi, come tecnico. La formazione rossonera gli disegna un ambiente su misura per poter cominciare a capire se per lui il calcio possa essere un semplice diversivo oppure possa diventare anche un lavoro. Alla fine, sia il Milan sia lui si persuadono che il pulsante da schiacciare è su quest’ultima risposta. La prima squadra del Milan dell’epoca è fatta di nomi che scintillano da qui all’eternità nel mondo della sfera di cuoio e per tenere accesi i quali non vi è bisogno di cambiare le pile perché brillano di loro: da Cesare Maldini a Luigi Radice, da Nils Liedholm a Juan Alberto Schiaffino al “bisonte pompierone” svedese Gunnar Nordahl. Diversi di questi diverranno, al pari di Marchioro, anche ottimi e affermati allenatori. Marchioro calcia palloni su palloni sul rettangolo verde e intanto ruba i segreti del mestiere. Carpisci un po’ di lì, mettici farina del tuo sacco, amalgama il tutto e il gioco è fatto. Nel 1956-57, per lui, si aprono le porte del calcio professionistico su quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non ininterrotte di monti, in poche parole, a Lecco. Il presidente è Mario Ceppi, colui a cui è cointitolato l’attuale stadio, l’allenatore Camillo Achilli. Gioca una sola partita ma la squadra ottiene la promozione in serie B e lui, sia pur con un contributo minimo, ne è partecipe.

IL MILAN LO RICHIAMA, MA È PRONTO UN TRENO PER L’EMILIA-ROMAGNA
Il Milan lo richiama ma ritiene sia ancora utile fargli fare un po’ le ossa in un’altra realtà, considerando tutto questo un investimento sul futuro. Sul treno della vita, Marchioro sente una voce dall’altoparlante che urla “Parma, stazione di Parma”. E lì, dove i tortellini e il crudo di Langhirano inducono stuoli di gole in tentazione e dove si respirano echi di fasti verdiani provenienti dalla vicina Roncole di Busseto, comincia davvero a stringere poderosamente la mano al calcio professionistico lasciando un’impronta di 17 presenze e due reti. Marchioro comprende che la sua vocazione naturale è all’attacco, alla copertura difensiva ci pensassero altri. Il 17 novembre 1957 scende in campo per la prima volta in cadetteria nel 2-2 con cui i ducali pareggiano sul campo dello Zenit Modena in un sentitissimo derby.

NIENTE RITORNO AL MILAN, MA ALTRE ESPERIENZE SIGNIFICATIVE
Da calciatore al Milan non ci tornerà più ritrovandolo poi da allenatore. Ma alla società rossonera, Pippo lo schietto impara sin nei minimi particolari i segreti del mestiere e li va poi a declinare in altri ambiti con buon profitto. È successo a Parma, succederà anche nel 1958-59 quando approda in un’orgogliosa società di Busto Arsizio chiamata Pro Patria. La Pro Patria chiama e lui risponde obbedisco. Ed eseguo, sotto forma di 35 presenze e tredici reti. E sono proprio queste ultime a renderlo il miglior marcatore della sua famiglia calcistica del momento. Gli echi del suo talento raggiungono il Piemonte che, dalla città soprannominata la Manchester d’Italia per la sua spiccata vocazione all’industria tessile, non dista a livello siderale. Arriva la Pro Vercelli.

CON LA PRO VERCELLI
Marchioro incrocia la strada con la squadra che ha avuto tra i suoi eroi Silvio Piola, vincitore anche dei Mondiali del 1938 e si è inserita nell’albo d’oro del calcio italiano con sette tacche scintillanti di colore bianco rosso e verde. Qui intraprenderà la sua esperienza più robusta con 82 sfide giocate e diciassette palloni spinti nella porta avversaria. Dopo tre stagioni in terra di Piemonte, ritorna nella natia Lombardia

CON IL BIANCOROSSO CUCITO ADDOSSO
Se prima era approdato nella Provincia di Varese, adesso è proprio il capoluogo bosino a chiamarlo. Tra il 1962 e il 1964 totalizza con la casacca biancorossa 57 presenze e una rete. Nella stagione 1962-63 è tra quanti cesellano in forma di realtà il sogno del Varese di sbarcare in serie B. Nel 1964, però, deve preparare però ulteriormente le valigie destinazione Catanzaro, ovvero a 1217 chilometri di distanza. Nella stagione 1964-65 ha modo di segnalarsi ancora come migliore marcatore con otto reti. Nel 1965-66 lascia il segno anche nella finale di Coppa Italia a cui i giallorossi erano approdati segnando la rete che non varrà la vittoria dei suoi contro la Fiorentina trionfatrice per 2-1 ma serve comunque a fargli occupare un posto significativo nella hall of fame dei calabresi. E riprende ancora il treno per la Lombardia.

CASACCA LILLA, POI SCARPE AL CHIODO E SECONDA VITA DA ALLENATORE
Dal 1966 al 1968 Marchioro si accasa al Legnano, formazione dell’Altomilanese di lilla vestita. Qui incrocia tra gli altri anche quel Paolo Pulici che, più tardi, si cucirà addosso lo scudetto con la maglia del Torino del compianto Gigi Radice nella stagione 1975-76. Quella dei gemelli del gol, lui e l’attuale commentatore televisivo nonché ex di Torino, Roma e Fiorentina e campione del mondo Francesco “Ciccio” Graziani. A Legnano totalizza 57 presenze e sette gol. Poi una voce che gli sale da dentro gli comunica che è l’ora di cominciare a guardare il calcio da un’altra prospettiva, quella della panchina. E che gli dice che, da quella prospettiva, la vista non è meno piacevole che quella su un campo di circa cento metri per 65.

GLI INIZI DA ALLENATORE, IL MONZA
Nel 1968 e sino al 1970 parte dalla città dell’Arengario, Monza, ritrovando due icone che avevano reso grande il Milan in cui aveva cominciato a mettere le prime radici nel calcio. Una è Nils Liedholm, l’altra è Gigi Radice, rispetto ai quali diventa ciò che ogni allenatore anelante ad emergere sarebbe probabilmente dovuto diventare, il vice. Di fianco allo svedese e a colui che avrebbe regalato lo scudetto al Torino, del resto, ogni partita diventa lezione. Marchioro lo sa, allena e, mentalmente e forse non solo, prende diligentemente appunti. Se li riguarderà e, soprattutto, li tradurrà nel momento applicativo quando, al Verbania, avrà per la prima volta le chiavi di una panchina da primo allenatore regalando alla squadra un ineguagliato sesto posto. Terzo con l’Alessandria nell’esperienza successiva, nel 1974-75 centra un capolavoro con il Como ovvero la promozione in massima serie. È il Como di giocatori del calibro di Simone Boldini, Silvano Fontolan futuro campione d’Italia con l’Hellas Verona, del compianto e sfortunato ex Avellino Adriano Lombardi . dellì’ex Inter Alessandro Scanziani, dell’ex Inter, Roma e Fiorentina Franco Cappellini e, soprattutto, di un “certo” Marco Tardelli che brillerà nel firmamento della Juventus e diverrà campione del mondo con l’Italia nel 1982 segnando il secondo dei tre gol con cui la nazionale sconfisse per 3-1 la Germania allora ancora Ovest.

ECCO IL CESENA
La sua fama si sparge anche sulla riviera romagnola e nel 1975-76 finisce a libro paga del Cesena. E, mentre il suo collega, amico e mentore Gigi Radice porta il Torino sul tetto d’Italia, lui porta il Cesena nel giardino d’Europa ovvero in Coppa Uefa con il sesto posto in campionato con 32 punti laddove non riuscirono ad arrivare, per esempio, Fiorentina e Roma. La squadra bianconera arrivò a soli sei punti dal Milan,cinque dall’Inter e quattro dal Napoli. Roba da mille e una notte. In Coppa Uefa, peraltro il suo Cesena sfiorerà il passaggio del turno uscendo a testa alta contro i tedeschi dell’Est del Magdeburgo (0-3 in terra teutonica e 3-1 a Cesena per una quasi rimonta). E scatta l’amarcord con Lamberto Boranga in porta, capitan Pierluigi Cera, vicecampione con l’Italia ai Mondiali del Messico 1970 finiti con la sconfitta per 1-4 con il Brasile, Giancarlo Oddi, Sauro Petrini, Mario Frustalupi e Giorgio Rognoni accomunati poi da una successiva esperienza alla Pistoiese in serie A il primo ex Sampdoria, Inter e Lazio, il secondo ex Milan e Gianluca De Ponti, tanto per citarne soltanto alcuni. Marchioro tornerà poi in bianconero nel 1983-84 con il tredicesimo posto in serie B nell’era di Edmeo Lugaresi e nel 1996-97 quando però, dopo aver sostituito alla nona giornata quel Marco Tardelli allenato alcuni anni prima al Como, fu esonerato alla diciannovesima per lasciare spazio alla coppia formata da Giampiero Ceccarelli e Corrado Benedetti. Nonostante tutti questi avvicendamenti tecnici, la squadra non riuscirà a evitare il risucchio nel baratro della serie C1. Era comunque il Cesena di Dario Hubner, autore di 16 reti in quel campionato. Ma il legame con il Cavalluccio non si interruppe di certo dopo quell’esonero, come dimostrato dall’intervista che solo pochi anni fa aveva concesso al nostro Flavio Bertozzi, l’ultima a tinte bianconere (la trovate a questo link).

ALTRI TRAGUARDI ED ESPERIENZE SIGNIFICATIVE
Nel 1979-80, sulla panchina del Como, Marchioro regalerà alla città la seconda promozione in serie A con lui alla conduzione tecnica. Negli anni ottanta porterà in B il Barletta, poi guiderà il Foggia sempre in terza serie. Lascerà il segno anche alla Reggiana, dove ancora oggi è considerato idolo indiscusso, portandola prima in B dalla C1 e poi garantendole per la prima volta l’accesso alla massima serie nel 1992-93. Nel 1997, dopo l’ultima parentesi a Cesena, terminò la sua carriera di tecnico sulla panchina della Triestina e lasciò poi il mondo del calcio con una valigia ricolma di traguardi significativi.

IL RICORDO DI MARCHIORO DEL CESENA FC
Era naturale che dalla famiglia del Cesena affiorassero parole commosse verso la famiglia di un uomo, oltreché un allenatore che, da queste parti, non si potrà mai dimenticare. “Il Cesena FC - si legge - si stringe alla famiglia Marchioro per la scomparsa di Giuseppe , storico allenatore del Cavalluccio spentosi oggi all’età di novant’anni. Conosciuto affettuosamente come Pippo, Marchioro arrivò sulla panchina bianconera per la prima volta nel 1975 quando, all’esordio in serie A, guidò il Cavalluccio alla conquista del sesto posto in classifica e di una storica qualificazione europea che rappresentano ancora oggi il risultato più alto mai raggiunto dal club. Mosso da una profonda passione per il calcio e assoluto innovatore tra gli anni Settanta e Ottanta, Marchioro tornò a sedersi sulla panchina del Cesena in altre due occasioni nel corso della sua carriera, divenendo uno dei tecnici più amati e apprezzati da tutta la comunità bianconera. In questo momento di grande tristezza il Cesena Fc desidera esprimere le più sentite condoglianze alla famiglia Marchioro”.