L’errore d’approccio dirigenziale al confronto con i tifosi. Mignani va tutelato
«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Questa è la frase tratta da Il Gattopardo che è entrata nell’immaginario collettivo come fotografia istantanea del nostro Paese. Il Cesena oggi invece è un ‘Gattopardo alla rovescio’. Continua imperterrito ad affrontare ogni settimana come se non stesse succedendo alcunché, malgrado nelle ultime dieci partite abbia tenuto una media punti da retrocessione diretta, solo Reggiana e Bari hanno fatto peggio nel medesimo lasso di tempo.
Non si tratta di una supposizione: il Cesena concretamente continua a preparare le partite come se nulla fosse, lo sappiamo per stessa ammissione del capitano Ciofi - che dopo il rovescio interno con lo Spezia ha affermato: “Quello che vedo è una squadra che sta facendo le stesse cose fatte nella prima parte di stagione. La squadra non sta facendo niente di più” - e si ravvisa pure dalle parole del tecnico Mignani che già a seguito della débâcle con il Venezia aveva esposto il suo mantra: “La perseveranza alla lunga ci darà giustizia”.
Questa non è la giusta maniera per affrontare i problemi emersi perché quel che già era un difetto nei primi mesi, il vizio cronico di prendere gol ad ogni partita, si è via via espanso sino a diventare un problema mastodontico. Se si esclude la gara con il povero Pescara, la china presa dal Cesena ci dice che la squadra prende un’imbarcata da chiunque: almeno tre gol da Avellino, Virtus Entella, Venezia e Spezia.
Il tecnico pare non accettare il confronto in conferenza quando gli si pongono sotto gli occhi dati oggettivi, come nel post match a Reggio dove gli era stato sottolineato che l’undici in campo difende male. Però che Mignani potesse avere questo tipo di atteggiamento e che non fosse brillante davanti ai microfoni era altamente prevedibile, in virtù di quanto già vissuto per tutto l’arco dello scorso campionato. Era compito della dirigenza, di chi gerarchicamente è al di sopra dell’allenatore, prevenire ed evitare che ci si andasse ad incagliare in questo scenario. Adesso il tempo per tergiversare è finito. La permanenza di Fusco e Di Taranto in Romagna anche per la prossima stagione comincia ad essere delineata e se da un lato è chiaro già da mesi che nei loro piani futuri non rientri Mignani, dall’altra lo è altrettanto che nell’immediato non si possa proseguire con questo temporeggiamento.
Dopo l’ultima sconfitta c’erano tutti i presupposti per effettuare il cambio di chi siede in panchina. Se non è stato fatto le ragioni possono essere sostanzialmente due: o ci si fida ancora di Mignani per chiudere l’annata oppure non ci sono risorse per andare su un altro tecnico e al contempo non ci si fida a promuovere qualcuno dalle giovanili. Indipendentemente da quale delle due ipotesi sia vera, ora Mignani va tutelato. E tutelarlo significa non esporlo a brutte figure mediatiche, non mandarlo sul patibolo in sala stampa prima del delicato appuntamento di sabato in casa dell’Empoli. Non ci sarebbe nulla di scandaloso. Lo stesso Donadoni vittorioso al Manuzzi nell’ultimo turno non aveva parlato il giorno prima della gara, proprio per superare il momento difficile.
Sarebbe un bel segnale per tutto l’ambiente se a parlare fosse chi ha facoltà di decidere le sorti dell’allenatore. Se a spiegare come si è incappati in questo periodo nero, che pare non avere fine, fosse qualcuno dei vertici del club. Che indicasse una via d’uscita che reputa percorribile. Sarebbe davvero distensivo se il direttore sportivo cercasse proattivamente il dialogo con tutta la piazza. Il confronto non deve avvenire perché una delegazione di tifosi si ferma mezz’ora dopo il fischio finale a chiedere, legittimamente, le ragioni di quanto sta succedendo e quindi qualcuno si affaccia fuori dalla tribuna per parlare. L’iniziativa sarebbe il caso scaturisse dalla stessa dirigenza, per interrompere il trend disastroso e riprendere la marcia.
