La favola di Adamo ed Eva
Premessa: nonostante il titolo parlerò di calcio, cercando di sdrammatizzare la situazione del nostro beneamato Cesena. Seconda doverosa premessa: questa squadra nell’estate scorsa entusiasmava un po’ tutti. Certo, chi l’avrebbe detto che questo Cesena sarebbe abbondantemente naufragato e retrocesso anzitempo, prima ancora dello sbocciare della primavera? Cos’è successo al bel giocattolino che l’anno scorso aveva tanto meritato la salvezza, dopo quasi 20 anni dall’ultimo commiato alla massima serie? I problemi vanno sempre cercati a monte, dove tutto nasce. Altrimenti come si farebbe a dire che una stagione nasce male e finisce peggio come si sente spesso dire in giro? E come appunto sta succedendo? E allora andiamo un po’ a ritroso, dove tutto ebbe inizio.
In principio fu la luce, con un presidente demiurgo e ambizioso, innamorato per carità della propria creatura, che volle dare un nuovo volto al cavalluccio marino per traghettarlo in acque sempre più limpide. Per farlo si è innanzitutto affidato ad una nuova guida tecnica: quel Marco Giampaolo che ha teso il pomo seducente di un progetto nato male, appunto, e finito peggio. E qui sta il peccato originale: nell’aver dato fiducia a un tecnico che ha portato giocatori e concetti non applicabili su un Manuzzi che ha anche perso l’erba più bella d’Italia. Accreditato o no dalle voci di corridoio, il gioco” barcelloniano” del tecnico abruzzese non aveva mai attecchito nel Belpaese. E non ha attecchito da subito a Cesena, dove i campanelli d’allarme erano già sibilati ad agosto: chi era a San Marino per Cesena-Ascoli di Coppa Italia ricorderà. Passaggi “latte alle ginocchia” in orizzontale e cronica difficoltà ad arrivare in zona gol.
Via via si è visto che il cammino sarebbe stato in salita: provi a giocare, come no, ma gli altri ti fanno gol, tu no e alla fine perdi. Se poi la squadra viene a mancare di quelle doti che devono contraddistinguere una provinciale, come grinta, umiltà e spirito d’abnegazione, allora il gioco è fatto. Mutu, Martinez, Rossi, Candreva, Ghezzal, Eder: sono giocatori che non servivano al Cesena perché semplicemente non sono giocatori da Cesena. E il fatto che 3 di queste zavorre siano state cedute a gennaio, per sgravare tra l’altro le casse, la dice lunga su quanto si sia visto in fase d’opera. Arrigoni ci aveva provato ad invertire la rotta, e ci stava anche riuscendo, salvo però sprofondare anche lui sopraffatto e incupito da un lapalissiano “spleen” che affligge questa squadra. Il povero Beretta non poteva altro che raccogliere i cocci e non riuscire a ricompattarli come infatti sta accadendo. A Cesena quando si osa, spesso si perde. E se si perde quell’umiltà di fondo nel fare certe scelte, la sconfitta è doppia e ancora più cocente.
Al presidente Campedelli riconosciamo tutti il magnifico cammino che ha riportato il Cesena dalla C alla A in un batter d’occhio. La paura di molti però è anche quella di rivedere un cammino all’inverso in altrettanto poco tempo. Augurandoci ovviamente di no, fa male però constatare come questa squadra, fatta di uomini e calciatori, abbia mollato clamorosamente la presa. Costretta pure al ritiro punitivo. E che, seppur sollecitata da ben 3 allenatori succedutisi in rapida sequenza, non ha saputo essere squadra, perché forse una vera squadra, come invece lo era lo scorso anno, non c’è mai stata.
Col senno di poi, sarebbe forse bastato fare scelte più oculate e in linea con quello che è la piazza di Cesena. Qualche innesto di giocatori “pane e vino” alla Caserta e un serbatoio di giovani per rilanciare una “Primavera” in crisi da anni. Retrocedere si può, così no. Ripartire dalla B sarà dura, ma è bene mettersi già al lavoro da subito per dare un futuro sicuro a tutta la piazza, tornando innanzitutto a ragionare da Cesena.
