Giocatori: come fallire senza pagare le conseguenze

Blogger e collaboratore del Corriere Romagna. Attualmente lavora presso l'Università di Brema.
21.03.2012 15:11 di  Stefano Severi   vedi letture
Fonte: www.stefanoseveri.net
Giocatori: come fallire senza pagare le conseguenze

I giocatori di questo Cesena sono tutti bravi ragazzi. Giocano a calcio, in serie A, anche se poi quest’anno i risultati non sono stati proprio dei migliori. Ma fanno sport, guadagnano bene, e il prossimo anno avranno la possibilità di ripartire. In qualche altra squadra, magari ancora in serie A. La retrocessione del Cesena non gli cambierà la vita : certo, qualcuno percepirà il 40% in meno di stipendio, ma non faranno comunque fatica ad arrivare a fine mese. O perlomeno non saranno costretti ad emigrare in Germania, a Brema, perché almeno hanno avuto la fortuna di essere bravi in uno di quei settori che l’Italia valorizza.

Sapere che molti dei protagonisti del fallimento di quest’anno, tra cui quelli che da tempo hanno tirato i remi in barca, fra pochi mesi appena ripartiranno ancora in serie A, mi ricorda tantissimo i tempi in cui studiavo all’università, ad Ingegneria. Le lezioni finivano il venerdì, è vero, ma il weekend non era quasi mai sereno, c’era sempre qualcosa da studiare, un esame da preparare, degli appunti da sistemare. Il mio essere universitario non mi lasciava mai: ero uno studente d’ingegneria 24/7, come dicono gli americani. Poi c’erano quelli che erano sempre in festa, quelli che prendevano l’università come un’avventura, che facevano tardi tutte le sere a giocare alla PlayStation e si presentavano a lezione (per fortuna non ad Ingegneria) con la birra, quelli che il venerdì sera tornavano da Bologna per portare i panni da lavare alla mamma. Per loro i risultati degli esami non erano un problema, sapevano che in qualche modo nella vita se la sarebbero cavata, indipendentemente dal rendimento, perché a casa c’era qualcuno pronto a preparagli il posto nell’azienda di famiglia, nell’ufficio pubblico, in politica.

Questo è l’aspetto veramente triste di questa retrocessione: i giocatori sono quelli che chiamiamo “professionisti” ma che se fossero stati come quegli studenti universitari sopra descritti avremmo chiamato in ben altro modo. Un giocatore ha diritto alla sua vita privata, alle sue feste, a volte anche ai suoi eccessi, ma deve esserne sempre responsabile, e tutto dovrebbe essere correlato al suo rendimento in campo. Penso che se fossi uno dei protagonisti di questo fallimento, non avrei nemmeno voglia di uscire di casa, così come quando nel mio lavoro qualcosa va male non posso e non riesco a lasciare i problemi dentro le quattro mura dell’ufficio. È il bello di chi scommette su se stesso e sulle proprie capacità, come teoricamente fanno i calciatori, per vivere e lavorare.
L’alternativa è trovare un onorevolissimo impiego a tempo indeterminato, accontentarsi di eseguire ciecamente e senza persino comprenderli gli ordini di un superiore, per poi arrivare al venerdì pomeriggio, marcare il cartellino e non avere più alcuna preoccupazione fino alle 8 del lunedì seguente. Purtroppo questa non è la vita del calciatore, e se qualcuno se lo fosse dimenticato, sarebbe dovere della società intervenire in maniera chiara e decisa.

Su questo ultimo punto non deve permanere alcuna ambiguità: non retrocede solo la società AC Cesena, retrocede un progetto ideato da uomini che hanno fallito e composto da attori (in maggioranza giocatori) che hanno fallito. Davvero che non siano solo Campedelli ed i tifosi a doverne pagare le conseguenze.