Finché c'è vita c'è speranza...
Sembrerebbe scontato, ma è proprio così. Finchè c’è vita c’è speranza. E’ questo, il motto che bisogna assumere a larghe dosi per cercare di trovare un barlume di speranza in tutto questo grigiore che è il Cesena di quest’anno.
Domanda: chi a novembre si sarebbe immaginato il Cesena, questo Cesena, ultimo in classifica dopo 10 giornate con 3 miseri punticini in saccoccia? Alzi la mano il più pessimista dei pessimisti. Quindi, permettendomi in maniera forse sacrilega di rispondere per tutti, dico: nessuno. Io stesso, pur avvertendo con cauto realismo, che tra l’entusiasmo generale, quest’anno sarebbe stato più difficile salvarsi della passata stagione, mai avrei pensato di aver raccolto così poco e ritrovare il nostro Cesena solo soletto in fondo al plotone.
Nel dare il più cordiale benvenuto a Daniele Arrigoni, e augurargli di raggiungere un’impresa che sta assumendo sempre più in contorni della ricerca al santo Graal, premetto che la deficitaria situazione di classifica è soprattutto figlia di scelte ambiziose e difficilmente attuabili. Se il buon ed educato Marco Giampaolo non si fosse incapponito oltre modo nella sua ricerca spasmodica di emulare il Barcellona, forse le cose potevano essere meno pesanti. Rinunciare a gregari che si chiamavano Caserta, Sammarco e Pellegrino, snaturando quello spirito e quell’atteggiamento che ha sempre contraddistinto il Cesena, è stato un azzardo che ora si sta pagando a caro prezzo.
Le case vengono progettate dagli ingegneri, poi però per completarle c’è bisogno di muratori, idraulici, elettricisti. Insomma, la serie A conquistata e poi difesa lo scorso anno con le unghie e con i denti, andava fortificata ripartendo dallo zoccolo duro del gruppo esistente, e ripartendo da un tecnico “pane e salame” che parlasse la lingua di questa piazza. Una lingua che sicuramente un tecnico come Arrigoni può parlare, a differenza di un Giampaolo ammaliato dalle sirene catalane. Da Barcellona a Borello dunque. Un colpo di spugna all’insegna del realismo più impellente.
Attenzione però, nessun allenatore ha la bacchetta magica per risollevare in quattro e quattr’otto una situazione già di per sé alquanto compromessa. Certo è che la ghiotta occasione persa col Lecce per invertire la rotta può pesare, eccome. Arrigoni può essere l’uomo giusto nel momento più difficile, ma dovrà anche essere coadiuvato da una serie di fattori. Prima di tutto deve essere un bravo psicologo lavorando sulle teste dei giocatori, svuotate da un progetto nato male e finito peggio. Poi recuperare in fretta quelle doti di furore agonistico e quella voglia di arrivare prima sul pallone, che si erano perse tra le ragnatele di un possesso palla fine a sé stesso e ad una malinconica latitanza in zona gol. In ultima istanza, una sana dose di fortuna, che non alberga più da queste parti da un po’ di tempo. Ma va da sé, la fortuna aiuta gli audaci.
La sfida accettata da Arrigoni è ardua ma stimolante. Se ce la facesse compirebbe un’impresa dai contorni epici. Ironia della sorte, tutto passerà dal derby contro quel Bologna che proprio il mister di Borello portò in A, prima di essere sollevato dall’incarico. In caso di vittoria si riaprirebbe la speranza, perdere significherebbe ritrovarsi già a novembre a chiedersi quando finisca il campionato. In ogni caso: finchè c’è vita c’è speranza.
