Cesena, è stato un capolavoro, non un miracolo!
Della collana di perle collezionata negli ultimi tre anni, la salvezza al ritorno in A dopo quasi quattro lustri è quella più splendente, molto difficile da pronosticare a inizio campionato quando una matricola quasi sempre viene considerata carne da macello. E in A è un ragionamento che ci sta in pieno. Il Cesena ha strameritato questo traguardo, ottenuto al di là del più ottimistico colpo di reni (con una giornata di anticipo) e con un mare di pregi che hanno alluvionato le dirette concorrenti e la classifica. Una squadra che ottiene quattro vittorie nelle ultime cinque gare, un poker di colpi esterni, implacabile nei momenti decisivi e contro team che hanno le stesse preoccupazioni di bassa classifica, concedendo poi blitz prestigiosi come i successi col Milan e la Lazio e il pari di Palermo, merita di restare dove era arrivata dodici mesi fa.
Il campionato è stato galantuomo, in B infatti finiscono coloro che hanno legittimato con misfatti a raffica tale verdetto. Lecce e Cesena invece nei frangenti topici della stagione, figli di un calcio diverso tra loro ma sempre con poca paura, sono state in grado di firmare prodezze rilevanti, giocando con disinvoltura anche mentale e legittimando le pretese di salvezza. Il Cesena ha avuto una metarmofosi, in primis nel suo allenatore. Fino a Parma, metà febbraio, la squadra era bellina, bravina ma le mancava sempre qualcosa per concretizzare al meglio tutto quello che provava a seminare. Così anche il tecnico, fino a quel momento molto scolastico, prevedibile, poco reattivo, non in sintonia con una piazza come Cesena. Un merito lo ha sempre avuto però, questa squadra non ha mai sbragato, non è mai andata a fondo nemmeno quando le difficoltà della A (ed è così) assomigliavano a uno tsunami. Poi dopo il pareggio (da mille recriminazioni) di Parma e la vittoria col Chievo l’allenatore ha cambiato qualcosa, è stato più reattivo, in sintonia con le esigenze della partita, più sereno e anche intraprendente. E così anche la squadra che, un po’ fortunata con i clivensi, dopo ha acquisito consapevolezza, fiducia in se stessa, determinazione, probabilmente ha metabolizzato una serie A che per il mister e molti giocatori rappresentava un debutto o quasi. Così si spiega la vertiginosa marcia del ritorno, la fluidità di mentalità anche fuori casa, un gruppo più vicino, anche come spirito a quella che è sempre stato il marchio di fabbrica e di battaglia nella storia del Cesena.
La A confermata significa una aggiustatina per le casse societarie, una trentina di milioni di rilancio per una politica che anche come contratti e gestione quest’anno ha pagato secondo la logica che deve animare un club come quello bianconero. Chi dirige questa società sa benissimo infatti che a Cesena si può anche retrocedere ma mai sparire; qui non siamo a Rimini, il pallone è da una vita nella testa e nel cuore. E ai tempi odierni, in ogni parte d’Italia scomparire dalla carta geografica calcistica è un attimo, più che facile.
La squadra sarà rivoluzionata in ruoli chiave, i tre giocatori più rappresentativi (Jimenez, Parolo e Giaccherini) destinati ad altri lidi ma è la logica del calcio da Cesena, necessario per la società ma naturale e inderogabile per le ambizioni degli stessi atleti. Da qui bisogna ripartire, con acquisti mirati, di elementi che sappiano che a Cesena possono guadagnare la considerazione calcistica che ancora non hanno avuto oppure riprendersi quella che stava smarrendo. E’ stato un capolavoro, non un miracolo (che sa tanto di casuale, provvidenziale) e la differenza è netta.
