La pazzia di Rino Foschi

Don Quixote a Cesena, mai superato: il calcio, i cavalieri, l’arme e le liti di Rino Foschi, il giorno dopo l’(ennesimo) addio
29.05.2018 08:30 di Gian Piero Travini  articolo letto 3546 volte
Rino Foschi
© foto di Chiara Biondini
Rino Foschi

Non vedo e non ho mai visto in Rino Foschi interessi diversi dall’amore per il Cesena e da un poco di vanità. Con l’età è diventato amore folle, come quello di Don Chisciotte per la cavalleria. E come lui, Rino Foschi ha combattuto contro i mulini a vento pensandoli giganti. Ma la pazzia di Don Chisciotte è alimentata da chi non lo vuole fermare, da chi non vuol svelargli l’illusione.

La grande illusione che ha alimentato Rino Foschi è che lui avrebbe salvato il Cesena con il suo talento da mercante, senza ingerenza alcuna della Società. Che sarebbe stato il vero decision maker bianconero. Ma nelle ultime tre stagioni si è ritrovato al mercato delle vacche (giovanissime) perché andava sistemato il P/A, scoprendo che non sarebbe servito, perché non erano state prese opportune contromisure manageriali: nuovi soci apportatori di capitali - unico modo per fare veramente calcio e non per provare a fare calcio, che son due cose distinte -, nuovi modi di fare impresa, nuove fonti di finanziamento.
E a quel punto qualcosa si è rotto.
In questo il torto non è che a una certa non vadano posti limiti - i vincoli di bilancio non devono essere visti come imposizione, ma come conditio sine qua non per partire -, ma una Società non può concedere tutto a un direttore, rendendolo plenipotenziario senza mai arginarlo, per poi revocare le concessioni senza aspettarsi una reazione.
La reazione è che questa volta Foschi se ne va.
Forse per davvero.

La fine inizia il 4 luglio 2017: match in sede tra Rino Foschi e Giorgio Lugaresi. Oggetti della discussione il non essere stato difeso con abbastanza forza dalle critiche rivoltegli da Luca Mancini e alcuni vincoli di bilancio cui avrebbe dovuto sottostare da quel momento in poi.
Dal 2015 si ventilava questa possibilità ed erano stati fissati dei tetti al monte stipendi - 4,5 mln di euro - ma la voglia di provarci - giusto in quella stagione, con Drago - aveva sempre avuto la meglio. E anche in quel caso si diede ragione a Rino: Lugaresi a gettar acqua sul fuoco, a cercare intese. A sopravvivere.
Arriva la salvezza. Un miracolo. Che dimostra una semplice realtà: la totale anarchia strutturale degli ultimi anni del Cesena.
Non un torto di Rino Foschi, ma una dimostrazione delle politiche societarie del tutto improvvisate e incapaci di affrontare le insidie del caso nel calcio.

Foschi è stato il paravento della gestione Lugaresi e si è preso fole e colpi per le scelte imprenditoriali di questa dirigenza, che hanno costretto il Cesena ad andare davanti ad un Giudice per poter sopravvivere.
La lettera di ieri potrebbe essere un nuovo colpo di scena, ma ad oggi è un addio che non fa male.
Troppi i litigi e le tensioni. Troppe le scenate, anche fuori dagli uffici - tutti i giornalisti cesenati, anche negli ultimi giorni, ci sono passati -... il rapporto tra Rino e i vertici bianconeri si è deteriorato e proseguire oltre farebbe male a Rino e a noi che vogliamo bene al Cesena (perché noi vogliamo bene al Cesena - sia chiaro -, anche se certi fenomeni su Facebook, con nomi inventati perché troppo anziani ed emotivi per avere un rapporto costruttivo e responsabile con i social, la pensano altrimenti).
Se deve essere un nuovo corso quello della 182 bis-ter è giusto che non debba ‘subirlo’ lui: non ne verrebbe fuori nulla di buono.

Rino Foschi è il più grande mercante di Romagna. Uno dei più grandi in Italia. Ma a Cesena non può più rendere.
Rino Foschi è il primo tifoso del Cesena. E, ci scommetto, sarà un nonno coi fiocchi.
Ed è l’unico tesserato del Cesena da cui io accetti lezioni di vita. Di analisi dei costi. Di calcio. Di imprenditoria. Di qualsiasi cosa. Insulti compresi.
Glielo devo, per l’amore che ci ha messo, che ci mette, che ci metterà.
Glielo concedo perché è un fuoriclasse nel suo lavoro come mai io non sarò nel mio.
E ora che se ne va, senza negare di averlo criticato nel merito di alcune scelte ferocemente, non mi sento di dire che è superato.
Nessuno a livello umano, professionale e di dedizione per la causa, in corso Sozzi, supererà mai Rino Foschi.

Inciso, non richiesto e autoreferenziale - quindi non essenziale -: non ho mai avuto così voglia di smettere di scrivere.
Almeno con Rino c’era battaglia vera.
Ho sempre speranza per il futuro, ma ad oggi prevale la malinconia.