Quanto costa ai cittadini il Cavalluccio

Il percorso che ha portato il Comune a ritornare a gestire il marchio del Cesena, i suoi costi attuali e futuri: alcuni scenari possibili in chiave asta fallimentare
06.09.2018 13:00 di Gian Piero Travini  articolo letto 6356 volte
Il ritorno del Cavalluccio
Il ritorno del Cavalluccio

Mercoledì mattina il curatore fallimentare di AC Cesena spa Mauro Morelli ha concesso al Comune di Cesena la gestione temporanea del Cavalluccio, almeno fino a che non verrà indetta l’asta fallimentare. Una vittoria ‘annunciata’ dal sindaco Paolo Lucchi alla festa di presentazione del nuovo Cesena al Chiostro di San Francesco e arrivata ieri, con l’accordo tra Palazzo Albornoz e il presidente di Cesena FC Corrado Augusto Patrignani per cederne l’utilizzo ai bianconeri, assieme alla firma della convenzione di uso del centro sportivo Rognoni a Lizzano.

Logotipo – il carattere identificativo del logo – e pittogramma – il Cavalluccio – fanno parte del pacchetto affitto Rognoni-Manuzzi che il Comune di Cesena dovrà poi pagare al curatore fallimentare. Perché il Cavalluccio è gratis, ma delle spese verranno comunque sostenute. Se il Comune è effettivamente proprietario degli edifici, non lo è delle attrezzature o delle palestre, compresi gli arredamenti. Le attrezzature fanno parte dell’eredità di Campedelli e di quello storico accordo con Technogym per brandizzare la maglia disegnata da Adidas – debiti e sogni –, mentre gli arredamenti erano stati realizzati in collaborazione con Potito Trovato; altra attrezzatura per il settore giovanile arrivò da Technogym come contributo per il ritorno di Lugaresi – debiti e bisogni –: quelle non sono del Comune, ma di AC Cesena spa e fanno parte del fallimento dell’azienda. Era assurdo pensare di utilizzare stadio e centro sportivo senza gli armadietti – per dire –, dunque Lucchi ha scelto di affittare tutto ma solo a patto di poter utilizzare il Cavalluccio. L’accordo economico definitivo è in via di perfezionamento ma le fonti interne a Palazzo Albornoz parlano di qualche decina di migliaia d’euro.

Il futuro è incerto, ma non nebuloso: il 10 dicembre il giudice Vacca analizzerà il resoconto del curatore fallimentare – che sarà fondamentale anche per capire l’evoluzione dell’inchiesta sulla dirigenza di AC Cesena spa da parte della Procura –, e poi si pronuncerà per l’asta fallimentare: tuttavia sono in fase di studio da parte del Comune soluzioni per chiudere anche prima dei tempi tecnici un accordo per la cessione in via definitiva del Cavalluccio alla Città di Cesena.

Di base il curatore fallimentare dovrebbe svalutare di parecchio il marchio – Cavalluccio e la scritta A.C. CESENA –, la prima proprietà da vendere. Il fallimento di AC Cesena spa – salvo eventuali strascichi penali e civili –, si presenta come una pratica piuttosto sui generis: crediti in camera di compensazione, creditori chirografari che non vedranno praticamente nulla, creditori privilegiati che otterranno dal 5% al 10% massimo di quanto spetterebbe. Questo il futuro, salvo colpi di scena.
Il marchio valeva nel 2013 – dopo la fusione inversa tra AC Cesena spa e Cesena 1940 srl – poco meno di 13,5 mln, ammortizzabili in 10 anni. Alla situazione attuale potrebbe valere dunque circa 5-6 mln di euro, ma in una procedura di fallimento subisce la svalutazione di cui si è già parlato. È ragionevole pensare che a dicembre potrebbe essere valutato tra i 100mila e i 300mila euro, a tenersi alti: un sacrificio ma non un salasso totale.
I Della Valle per il logotipo e il pittogramma della Fiorentina sborsarono il 15 maggio 2003 circa 2,5 mln di euro. Ma la situazione era diversa: inannzitutto il blasone della viola, più solido di quello bianconero, era conteso legalmente dalla Regal di Cecchi Gori, dalla Real Fiorentina di Rizzuto e dal liquidatore della vecchia Fiorentina Leonardo Focardi. Il Comune non giocò ai tempi nessuna ‘partita’ per intervenire, anche perché non esisteva ancora il ‘lodo Petrucci’, che ha facilitato di molto le transazioni dopo un fallimento di società sportiva, di fatto aumentando la discrezionalità del curatore. Vero è che attualmente si procede per prassi e ragione, essendo venuto meno il ‘lodo’, e dunque sembra tutto molto più semplice rispetto a quindi anni fa.

Alla cifra del Cavalluccio e del naming “A.C. Cesena” vanno anche aggiunti i circa 3 mln di euro persi dalla Città per il fallimento di AC Cesena spa. 
Tre. Milioni. Di. Euro.
Il prezzo pagato per le menzogne degli incompetenti. Per le fanfaronate e le complicità degli inetti e dei pupazzi. Per il silenzio di chi ha amato troppo il Cesena per come lo conoscevamo, arrivando a farlo distruggere senza poterci poi fare nulla.
Perché l’amore uccide. E costa caro.
E ci rimette magari chi l’IVA l’ha sempre pagata.