La Lanterna #22 | Amor (proprio) e alcune pretese…

Una sconfitta che non può passare inosservata. Ora è proprio necessario cambiare registro.
08.12.2019 12:00 di Bruno Rosati   Vedi letture
© foto di Francesco Di Leonforte/TuttoCesena.it
La Lanterna #22 | Amor (proprio) e alcune pretese…

La più larga sconfitta interna degli ultimi vent’anni. Così iniziamo subito a dare la giusta dimensione a quanto accaduto ieri sera.
Nelle ultime due decadi il Cesena ha militato nei principali quattro livelli del calcio italiano ed una legnata sui denti così forte non l’ha mai presa. Di lezioni, o umiliazioni, subite al Manuzzi ce ne sono state: i vari 0 a 3 incassati contro l’Udinese di Sanchez, Di Natale e Benatia; o contro il Geona di Gasperini; o ancora contro il Sassuolo di Di Francesco. Tra dicembre 2014 e gennaio 2015 ci sono stati pure due 1 a 4 contro Fiorentina e Napoli, ma in entrambi i casi il Cavalluccio aveva quanto meno messo a segno la rete della bandiera (autogol di Gonzalo Rodriguez e sinistro al volo di Brienza). Si sta parlando comunque di débâcle al cospetto di squadre in lotta per un posto in Europa o che viaggiavano da capolista in serie B. Non certo formazioni che annaspavano tra i bassi fondi della serie C. Giusto per inquadrare ancora meglio il peso dei quattro gol sul groppone.

Cos’è mancato al Cesena nell’anticipo contro il Fano? Capellini. Il poliedrico centrocampista delle Vigne doveva scontare una giornata di squalifica per somma di ammonizioni, lasciando così sguarnita la fascia destra. Tutto nasce di lì: dopo poco più di un minuto i marchigiani impostano l’azione e l’assetto dei bianconeri in quella zona di campo è del tutto fuori misura. Maddaloni si vede costretto ad andare all’anticipo a ridosso del centrocampo, sbaglia l’intervento e così Brignani e Brunetti rimangono in balia degli eventi.
Con l’uomo in meno, il Fano affonda come vuole su quella corsia laterale dove Zerbin si trova a fare a volte il terzino, a volte addirittura il terzo centrale. Poco importa, non è quello il suo mestiere. E così nasce la punizione grazie alla quale la squadra di Alessandrini si porta avanti di due gol.

No. Al di là delle provocazioni, la sola assenza di Capellini non può giustificare quanto andato in scena. Una cosa però ce la dice, ieri in campo ce n’erano pochi di giocatori con le sue caratteristiche. No, non si sta facendo riferimento alle sue capacità tecniche o alla sua duttilità tattica. Ciò che un giocatore come Capellini ha sempre, e che invece ieri è mancato, è l’attitudine mentale con cui si deve approcciare alle partite, l’essere calati nella realtà in cui ci si trova. Al Tabaccaio questo non manca mai, neppure quando sbaglia la sua gara o si fa prendere dal nervosismo (come accaduto a Gubbio). Ed è per questo che ha alle sue spalle più di centoventi partite giocate in Lega Pro, checché ne dicano i suoi detrattori continuando a dipingerlo come inadatto al professionismo.

È mancato l’amor proprio. Perché se è intollerabile l’approccio che ha fatto si di trovarsi sullo 0-2 e con l’uomo in meno dopo dieci minuti, la cosa veramente indecorosa è la prestazione disputata nella ripresa. Il Cesena ha tutte le carte in regola per battere il Fano. Anche se si è sotto nel punteggio e in inferiorità numerica. Quanto meno, ha in ogni caso le carte in regola per non farsi umiliare come invece è accaduto. La disfatta epocale non solo rimarrà impressa nella memoria dei tifosi e degli addetti ai lavori, ma sarà un’onta indelebile nelle carriere dell’allenatore e di chiunque sia entrato in campo. Pure per quei poveri cristi di Zecca e Sarao che si sono dovuti sciroppare i venti minuti finali.

Non serve tirare in ballo quanto sia importante il senso di appartenenza, l’attaccamento alla maglia per cui si gioca. Discorsi figli di un romanticismo che diviene stucchevole se riproposto ad oltranza. È comprensibile che tu, ragazzo di poco più di vent’anni, non sapessi nemmeno dove si trovava Cesena sulla cartina dell’Italia, prima di venirci a giocare. E, forse sarà scorretto dirlo, non c’è nulla di cui stupirsi se anche ora te ne frega il giusto. Ciò che sorprende in negativo è la totale assenza di orgoglio personale, l’incapacità di dire “No, non ci sto a farmi prendere a pesci in faccia”.
Al di là delle dichiarazioni di facciata che ci sono state propinate, lo spogliatoio del Cesena non è soddisfatto dell’atteggiamento con cui certi giocatori si sono allenati o hanno giocato nel corso di questi mesi. Le ultime settimane avevano fatto pensare ad un’inversione di rotta. Quello di ieri è un brusco e inaspettato passo indietro.

Il Cesena in estate ha scelto di intraprendere una strategia ben precisa sulla crescita e valorizzazione dei giovani. Giovani che sin qui sono stati coccolati e protetti dalle critiche, ad ogni sconfitta è sempre seguito un processo ai senatori, all’allenatore ed a come intende applicare le proprie idee. Un 4 a 0 patito in casa per mano del Fano però non può essere spiegato con una chiave tattica, chiacchiere sul modulo e via dicendo. Chi è stato selezionato tra luglio e agosto deve sentirsi privilegiato dell’investitura ricevuta ed iniziare a prendersi le proprie responsabilità.