Casadei, il bianconero e la legge della panca

Classe ’99, era destinato a fare il campioncino al Romagna Centro, e ora il suo gol ha fatto innamorare tutti i cesenati: quattro chiacchiere con un pupo che viene su bene bene
01.11.2018 08:00 di Gian Piero Travini  articolo letto 2305 volte
Ettore Casadei
© foto di DiLeonforte/TuttoCesena.it
Ettore Casadei

Io nemmeno sapevo chi fosse Ettore Casadei.
Ho seguito in un paio di occasioni il Romagna Centro, ai tempi della Voce di Romagna... ma Casadei era ancora nel caldo abbraccio del calcio giovanile.
Poi l’ho visto in ritiro, questa estate, ad Acquapartita. Ho visto uno sguardo diverso da quello dei compagni di squadra. Mentre sprintava con i pesi da venticinque chili da trascinarsi dietro, legati con una corda al busto, puntando contro il terreno e andando di skip, pestando furioso terra termale fatta di recupero e sanatori, ho visto lo sguardo di un bimbo terribile non ancora ventenne un po’ incazzato e un po’ voglioso di superarsi davanti a una preparazione atletica che con i Dilettanti c’entrava poco.
Da bomber predestinato dell’attacco di una squadra di Martorano, frazione di Cesena, a ultimo riservista di una grande decaduta in meno di un mese. Con le sirene di mercato che fino a poco prima chiamavano dalla C e, forse, pure dalla B. Dal Matelica sicuro. Perché, sì... anche in serie D c’è roba buona per il professionismo.
E Casadei, di nome Ettore – nome antipatico quando sei un ragazzino stronzetto filo-acheo e poi lo rivaluti quando inizi a sentire il peso della vita addosso e capisci che c’è dignità anche dietro le mura –, classe ’99 – come Aleksander Isak del Borussia Dortmund, Gianluca Scamacca del PEC Zwolle e Tomi Petrovic della Virtus Entella, ma anche Bubacar Diouf del Matelica, Simone Sorgente dell’Agnonese e Lorenzo Palange del Campobasso –, sicuramente è roba buona per questo Cesena. Soprattutto dopo quella rete incredibile segnata alla Jesina [da 00:16 in poi].

Ettore, perché non l’ha passata?
“Ho alzato la testa, dopo quindici-venti metri di corsa. Alessandro era marcato. Da uno. Due. Uno o due? Insomma, era marcato. Tortori pure: prima era dietro, poi in linea. E allora ho deciso di andare dritto. Sapevo che avevo due problemi: il difensore che rientrava e il portiere. Il difensore ha lisciato: non aveva grosse alternative al tackle. Io ero stanco dopo quella corsa, ma lui lo era più di me. Questo è frutto della preparazione del mister”.

Quando ha deciso di mirare al primo palo?
“Subito dopo il tackle. Mi aspettavo che riuscisse a spostarmi il pallone, ma il campo lo ha tradito. Si faceva fatica a stare in piedi là: tremendo. Quando l’ho visto mancare il pallone ho mirato la porta. Mi è venuto naturale, perché mi sono reso conto che il portiere aveva tenuto la posizione nonostante io fossi più defilato: era più facile metterla lì che sul secondo palo. È un colpo che sapevo di poter fare bene”.

Il campo fa comunque la differenza.
“È un problema quando andiamo a giocare fuori casa, abituati all’Orogel Stadium Dino Manuzzi. Cambia completamente il nostro modo di giocare e lo sentiamo. È un casino. Io per ora ho solo fatto allenamento in casa, ma posso già dire che il campo è perfetto. La palla va dove deve andare, sempre: è un vero spettacolo. Spero di debuttare presto”.

Tutto molto bello. Però lei doveva essere la stella del Romagna Centro, e oggi è l’ultimo cambio del nuovo Cesena... ne vale la pena?
“... ha visto con chi sto giocando? Ne vale la pena sì. Davide viene dalla A. Ci sono molti che vengono dalla C dove erano protagonisti... Davanti ho attaccanti tutti più forti di me, da cui ho tutto da imparare. Io ho 19 anni, sto migliorando e non ho veramente idea di dove posso ancora arrivare. So che mentalmente ogni giorno mi sento più forte. Ricciardo, Tortori, Alessandro... sono ragazzi che mi insegnano ogni giorno come si sta in una squadra. E posso giocarmi un posto, fino a che do il massimo in allenamento”.

Parliamo di Biondini.
“Tiene lo spogliatoio. E non ha bisogno di trattarci male, o di fare la voce grossa. Ci insegna a stare al mondo a modo”.

Parliamo del Cesena. Ancora.
“È un progetto diverso da quello del Romagna Centro. Un progetto che ti mette più pressione, ma ti mette il bianconero addosso. È un progetto per cui puoi pensare che sia normale stare in panca”.

Parliamo di Cesena. E del suo pubblico.
“Quando la Curva canta a me sale la voglia di giocare anche in porta pur di entrare. I miei compagni sono carichi a balestra quando scendono in campo. È chiaro che se sbagli senti più pressione, ma non sono i ragazzi sugli spalti a preoccuparci... siamo noi che non vogliamo deluderli. Che non vogliamo fare figuracce. Siamo noi che vogliamo far tornare subito il Cavalluccio nei pro”.

È cambiata la sua vita da quando gioca nel nuovo Cesena?
“No. Per la strada nessuno mi riconosce. Certo, se ho su la tuta del Cesena ci sta che mi fermino, e con il Romagna Centro non capitava. Ma, ecco... io non è che giri delle piadine con la maglia del Cesena: quella si mette quando è il momento. No... non è cambiato nulla. Alla sera esco, fino a che è caldo. Giro in centro a Cesena. Milano Marittima... la stessa vita. Ecco, forse qualche amico che non sentivo più si è rifatto sentire. O lo sento di più”.

Lei conosce la categoria: quanto dura il Matelica?
“Dura. Questi sanno come si gioca in D, sanno come si gioca di squadra, che è quello che a noi è mancato un po’ quando li abbiamo affrontati. Ma siamo cresciuti e sulla carta le nostre individualità li superano... al ritorno sarà un’altra storia. E non vogliamo più lasciar punti per strada”.