L'Osvaldo, l'allenatore di un calcio che non c'è più

11.04.2013 12:22 di  Giovanni Guiducci   vedi letture
Fonte: Il Bianconero Magazine
L'Osvaldo, l'allenatore di un calcio che non c'è più

Difficile trovare qualcosa in comune tra le tifoserie di Cesena e Hellas Verona che in questo campionato si stanno distinguendo per essere le più numerose della cadetteria in termini di presenze allo stadio. Anche a livello di ultras i veronesi posso essere considerati in ordine cronologico i primi rivali dei cesenati, erano i tempi (anni ’70) delle Brigate gialloblù da una parte e delle Brigate bianconere dall’altra.
Cesena e Verona possono, tuttavia, essere accomunate dalla stima e dalla riconoscenza nei confronti di un uomo umile e schivo, di un allenatore  di nome Osvaldo Bagnoli. Già nel 1975 aveva avuto la possibilità di venire a Cesena, come vice di Pippo Marchioro, ma preferì rimanere a Como. Arrivò quattro anni dopo e fu l’ultimo allenatore bianconero scelto da Dino Manuzzi, prima di lasciare la guida della società per problemi di salute. Bagnoli era reduce da una promozione con il Fano in C1, ma a Cesena fu accolto con indifferenza, perché era già il quinto allenatore che arrivava in altrettanti anni, e con un pizzico di diffidenza, per il suo passato sulla panchina del Rimini. L’aria dimessa e la sua umiltà non inducevano del resto, a primo acchito, a grandi entusiasmi. Diventerà invece uno degli allenatori del Cesena più amati e stimati di sempre.
Al suo arrivo nel 1979 l’ambiente stava attraversando un periodo di apatia tra i cadetti, dopo i fasti della prima serie A. Già nella sua prima stagione in bianconero la squadra del tecnico della Bovisa (quartiere operaio di Milano dove era cresciuto) disputò un buon campionato, rimanendo in corsa per il salto di categoria sino all’ultima giornata. Ma il sogno era solo rinviato di un anno. Nel 1980-81 il Cesena fu protagonista di un’entusiasmante cavalcata che riportò i tifosi allo stadio e che si concluse con la promozione in A. Già prima della conclusione del torneo Bagnoli aveva però fatto capire che avrebbe lasciato la Romagna, per problemi familiari legati alla salute di una delle due figlie.
Ripartì dalla serie B al Verona (dove aveva già militato come calciatore dal 1957 al 1960) e confermò tutto il suo valore di tecnico, conquistando prima la promozione in A e poi, alla guida di una squadra di “scarti”, uno storico ed irripetibile scudetto (1985).
Per ironia della sorte, la sua bella favola a Verona si concluse amaramente proprio al Dino Manuzzi nel 1990, quando nello scontro diretto dell’ultima giornata i bianconeri sconfissero i gialloblù (1-0) e li condannarono alla retrocessione in serie B. Dopo nove stagioni consecutive, record per un allenatore all’Hellas, approdò sulla panchina del Genoa e fu protagonista di un’altra storica impresa, portando il Grifone per la prima volta in coppa Uefa, manifestazione in cui la squadra di Bagnoli si distinse per la vittoria all’Anfield Road di Liverpool.
Chiuse all’Inter nel 1994 dove conobbe l’amarezza dell’esonero, il secondo di una lunga carriera dopo quello dell’esordio alla Solbiatese. Non mancarono anche in seguito le offerte di tornare ad allenare, ma declinò sempre l’invito. Con il calcio aveva finito, un mondo in cui ormai non si riconosceva più, come quella volta, qualche anno fa, quando si presentò al Bentegodi e all’ingresso gli chiesero la carta di identità, a lui che in quello stadio era stato incoronato campione d’Italia.