Merry Christmas! Ma non crediamo a Babbo Natale

25.12.2019 10:26 di Stefano Severi   Vedi letture
Gli auguri del Cesena FC
Gli auguri del Cesena FC

Buon Natale a tutti a nome della redazione di TuttoCESENA! Buon Natale ai nostri lettori, ai tifosi, a quelli che non ci leggono perchè siamo in malafede, a quelli che ci scrivono per darci consigli e critiche, a quelli che non ci leggono perchè il loro capo non vuole, a quelli che ci spingono ogni giorno a fare meglio, ai giocatori, ai dirigenti attuali e passati e alla loro corte dei miracoli. In pratica buon Natale a tutto questo variegato mondo bianconero con una piccola postilla: Babbo Natale non esiste.

Chi sarebbe Babbo Natale per l'universo cesenate? Babbo Natale è l'imprenditore facoltoso che all'improvviso arriva, dall'Italia o dall'America, dalla Russia o dagli Emirati, compra la società ed inizia a investire in grande stile riportandola in breve nel calcio che conta e anche oltre. Leicester, Inter, Sassuolo sono solo alcuni esempi di piccole squadre che hanno trovato all'improvviso un loro Babbo Natale che ha iniziato a spendere e spandere e che hanno fatto sognare tante altre piccole piazze, come la nostra: per noi però Babbo Natale non esiste. Di più: Babbo Natale non è un modello sostenibile.

Il calcio delle SpA è morto, o almeno è morente. Fare calcio in rimessa non è sostenibile nel medio periodo - perchè di questo si tratta, per la quasi totalità dei club italiani - e persino un magnate che apparentemente investe milioni di euro nella propria società non fa altro che accumulare debiti, intestati alla società stessa e mai a livello personale, che la rendono inappetibile per futuri investitori e finiscono per strangolarla. Se il club è davvero grande può salvarsi grazie al flusso di cassa che gli permette di far fronte alle spese vive ma prima o poi i debiti arrivano comunque ad un punto di non ritorno: un po' come accadde una quindicina di anni fa per Lazio e Roma, salvate solo allo spalmadebiti. 

Lascia amareggiati quindi vedere che ancora tanti, troppi, tifosi e soprattutto addetti ai lavori ancora oggi sperano che arrivi anche a Cesena il deus ex-machina in grado di rilevare le quote di maggioranza della società e "riportare i bianconeri dove meritano di stare". Si sprecano dunque adulazioni sperticate per l'americano, per il modenese, per la cordata romana o per chiunque faccia anche solamente intuire di essere interessato a diventare socio di maggioranza.

Non è questa la via da percorrere, almeno nel caso in cui ci sia l'intenzione di non ripetere gli errori del passato. L'azionariato diffuso è l'unica possibilità - attenzione, niente a che vedere con quello storico abbaglio che fu Cesena per Sempre - e l'attuale Cesena da questo punto di vista è partito col piede giusto. La prima regola per praticare un calcio sostenibile è non fare debiti, o almeno limitarli a casi eccezionali, quali investimenti patrimoniali o sessioni di mercato particolarmente importanti. Il Cesena non deve mai, e ripeto mai, fare il passo più lungo della gamba: se l'attuale composizione societaria ha una disponibilità economica limitata è fondamentale rispettarla.

Il falso dogma che sia necessario spendere per ottenere successi è origine di tanti problemi: eppure non è questa la via che storicamente il Cavalluccio ha seguito.In riva al Savio i risultati sono arrivati perchè i dirigenti bianconeri hanno sempre saputo puntare su un mix di valorizzazione di un eccellente settore giovanile e intelligenti strategie di mercato. Quando questa strategia fu abbandonata - puntando alla serie A con ingaggi fuori portata (Fiori, Agostini, Hubner, etc...) arrivò la prima retrocessione in C e il debito iniziò ad impennarsi. Per poi arrivare agli ultimi anni in cui in pratica si andava all'elemosina dei prestiti e alla svendita del settore giovanile: preludio di un inevitabile fallimento che non bastò per evitare una clamorosa promozione in serie A in cui l'elemento umano sovvertì e mandò all'aria ogni pianificazione estiva.

Il Cesena deve andare avanti così, allargando il più possibile la propria composizione societaria: anche differenziando le quote, aprendo a soci minoritari e  persino a singole persone, non solo aziende, ma senza che nessuno assuma il controllo solitario. In pratica deve attenersi alla regola aurea del calcio nordico: quella del 50+1, ovvero nessuno deve possedere da solo il 50% più una delle quote del club. 

Certo, occorre ancora aumentare la trasparenza all'interno del club: le notizie importanti non devono essere condivise solo con la trentina scarsa di soci bensì con una platea immensamente più ampia. Ripeto, qualcosa di molto diverso da CpS, organizzazione elitaria che si limitava a prendere parte ai CdA (e a firmare i relativi verbali) senza poter veramente interferire nelle decisioni strategiche più importanti perchè priva di forza. Tutto era in mano a pochi importanti possessori di quote e la presenza dei tifosi in CdA era solo un palliativo per dare l'illusione di un controllo che non c'era e non poteva strutturalmente esserci. 

E pazienza se il processo di rinascita, percorrendo questa via senza imprenditore forte, dovesse essere molto più lento di quanto previsto. L'azionariato diffuso è l'unica via per restituire il calcio alla città di Cesena, alla Romagna e a tutti i suoi tifosi.