Il meraviglioso Cesena di Amélie Poulain

10.07.2020 00:03 di Stefano Severi   Vedi letture
© foto di Francesco Di Leonforte/TuttoCesena.it
Il meraviglioso Cesena di Amélie Poulain

Col tempo non è cambiato nulla. Amelie continua a rifugiarsi nella solitudine. Si diverte a porsi domande cretine sul mondo e su quella città che si stende davanti ai suoi occhi. Per esempio, quante coppie in questo preciso instante stanno ancora pensando a Ricciardo e Alessandro?

Amélie Poulain è Gianluca Padovani, amministratore delegato del Cesena FC che in questi giorni non semplici finisce sempre per essere preso nel mezzo. Chi lo attacca perché non ha gestito a dovere il caso Pelliccioni, perché ha creato piuttosto maldestramente il caso Pec, perché non ha chiuso nessuna delle trattative con potenziali acquirenti, perché solo liberandosi del Cesena potrà dimostrare di puntare al gran timone dell'Orogel, perché non paga abbastanza cene al Da Vinci ai giornalisti (quelli importanti, eh) e perché ha perso tempo con millantatori più che potenziali acquirenti.

Insomma, la colpa di questi tempi è tutta di Padovani che però è un manager, e un manager esegue una strategia approvata da un CdA e qui arriviamo al problema del Cesena FC: tutti fedeli alla linea ma la linea non c'è.

C'è chi vorrebbe vendere perché un conto è aiutare il Cesena da fuori come faceva Orogel prima, un altro è gestirlo da dentro, con tutto il carico di onori ma soprattutto oneri (morali ed economici) che questo comporta. Soprattutto il Cesena porta la luce dei riflettori e qualche volta, soprattutto nel magnifico mondo delle cooperative emiliano-romagnole, va bene anche restare un po' in penombra. È una questione di sobrietà e modestia, s'intende, virtù troppo spesso sottostimate. 

C'è chi vorrebbe ricevere aiuti esterni ma mantenere il controllo del Cesena, che è un po' l'idea del duo Lelli-Manuzzi. Idea effettivamente un po' stravagante, difficile trovare chi dia i soldi, soprattutto da fuori, per non comandare e che non piace per niente al nostro Gian Piero Travini. Ma che se fosse anche solo lontanamente possibile sarebbe la migliore perché permetterebbe al Cesena di restare in mano a due cesenati e a due persone ben conosciute. 

È vero, chiedere dieci milioni di euro in 5 anni per non avere nemmeno il 51% di una società appena nata, con un vivaio appena ricostruito e alle porte di una riforma della serie C che potrebbe ridisegnare la geografia del calcio professionistico è un po' troppo ambizioso. Al limite della pazzia del superuomo di Nietzsche. Ma per stare dalla parte del sicuro gli acquirenti incontrati in questi giorni si sono presentati con delle offerte al limite del ridicolo. Fedeli, l'ex Samb che si fa fotografare col Ferrari, aveva messo sul tavolo 350 mila euro. E tra 10 milioni e 350 mila euro c'è una bella differenza: e al povero Padovani non resta che pagare il conto delle tante, troppe, cene di lavoro offerte ai tanti avventurieri transitati a Cesena in questi giorni.

Ecco, per capire che fosse tempo perso non sarebbe servita chissà quale scienza. Cesena non è una piazza che può ambire a vivere in serie D per muovere flussi economici nel sottobosco del dilettantismo senza i vincoli di bilancio delle serie superiori. Cesena non è nemmeno una piazza diventata grande e famosa per i soldi a disposizione: lo ha fatto riuscendo sempre a lavorare con risorse minime anteponendo a tutto la qualità del lavoro dei propri tesserati. 

La speranza è ora anche il nostro amministratore delegato abbia capito che nessun Abramovich transiterà in riva al Savio per comprare il Cesena e portarlo in Champions. L'unico scenario percorribile resta quello della pista interna, dello sforzo dei soci già impegnati o comunque presenti nel territorio, che entro gennaio (quando si spera la riforma della C sia ormai delineata) abbia preparato un nuovo piano triennale. Parimenti bisognerebbe smettere di brandire al vento cifre e budget per descrivere un progetto pluriennale che, anziché sui numeri, andrà giudicato per la qualità espressa.

Mi piace molto voltarmi nel buio e osservare le facce degli altri spettatori. E poi mi piace cogliere quei piccoli particolari che nessuno noterà mai. Tipo quella di Agliardi che aspetta la chiamata per fare da chioccia ad un vero giovane portiere che da queste parti manca da troppo tempo. Ecco, questa è qualità.