Le colpe dei padri

Appassionato del Cesena da tempo immemore, ha fondato 10 anni fa e conduce nella veste di webmaster il principale portale-web dei tifosi del Cesena, www.cesenainbolgia.org che raccoglie migliaia di appassionati del cavalluccio.
04.05.2011 10:05 di  Samuele Mariotti   vedi letture
Le colpe dei padri

Nell’antico Testamento lo stesso Creatore sottolinea come le colpe dei padri prima o poi ricadano sui figli.
Ma tranquilli, non intendo parlare di religione e nemmeno di politica bensì di quel biasimevole fenomeno del tifo - locale - per le cosiddette ‘grandi’. Pochi giorni fa, prima e durante il match con l’Inter del petroliere Moratti, si sono verificati i consueti episodi che mi provocano fastidiosi problemi intestinali: festa degli ‘Inter club’ romagnoli (?) al Teatro Verdi, ressa davanti all’Hotel Casali per vedere dal vivo i giocatori nerazzurri e centinaia di bambini vestiti da capo a piedi delle divise strisciate al Manuzzi. Se si trattasse di bambini di Milano, di Rho, di Cinisello Balsamo, di Segrate non avrei nulla da ridire ma purtroppo la realtà non è questa. Gli accenti di questi bimbi e dei loro colpevoli genitori tradivano un evidente romagnolità. Bambini contro insomma, contro la propria terra, contro la propria gente, contro la propria squadra espressione di quel territorio che li alleva e li identifica per quello che sono: romagnoli.

Certo sarebbe superficiale e ingeneroso incolpare i soli padri di questo fenomeno, viviamo infatti in una società che ripete quotidianamente attraverso i mass media (di proprietà non casualmente di un presidente ‘strisciato’) il concetto che ha senso tifare per 3, 4 forse 5 rappresentative che monopolizzano il 98% degli spazi disponibili mentre a tutte le altre squadre di serie A – per non parlare di quelle militanti nelle serie minori – rimangono meno che le briciole.

Ogni tifoso del Cesena sarà stato sicuramente vittima in passato dell’annosa domanda: “per quale squadra fai il tifo?”. Costui fieramente avrà risposto “Cesena!” e, inevitabilmente sarà stato costretto ad ascoltare l’odiosa seconda domanda “E poi?”. Odiosa seconda domanda specchio di una società plagiata e superficiale, dove l’appartenenza alla tribù di una ‘grande’ viene vissuta come un ineluttabile destino.

Io che sono cattivello, mi sono chiesto il perché di quest’identificazione di massa verso squadre così lontane dal proprio territorio – che pur esprime una formazione di alto livello – dalla propria tradizione locale, dal sapore e dall’odore inevitabilmente estranei all’humus che ci ha visti crescere e, una risposta me la sono data. Tifare una ‘grande’, una squadra che inevitabilmente spesso si ritrova a vincere qualche trofeo, qualche campionato, qualche coppetta viene vissuto da costoro come una propria vittoria, come un salvifico momento di emersione da quella mediocrità che li circonda e di cui si sentono evidentemente parte. Un’analisi cruda la mia, ne sono conscio, come sono conscio che difficilmente qualcuno di costoro ammetterebbe la bontà di questa tesi, ma ritengo che basti guardarsi attorno per rendersi conto della sua fondatezza. Peraltro questa categoria di tifosi è accomunata, per la gran parte, da alcuni elementi quali una scarsa cultura calcistica, scarsa personalità, scarso spirito sportivo. Elementi che inesorabilmente costoro trasmettono anche ai propri figli, innocenti contenitori riempiti non dell’amore verso la propria terra, non dei supremi valori dello sport, non dell’orgoglio verso la propria identità espressa (anche) attraverso lo sport ma di una poltiglia bicromatica, insapore, inodore (bè forse inodore no…), sradicata da qualsiasi sano concetto di appartenenza, di riscatto, di rappresentatività di ciò che si è.

A questi genitori dico: redimetevi! Riscoprite il fascino di gridare forte il nome della vostra città, della vostra terra, del sangiovese e della murosa. Trasmettete ai vostri figli la gioia dell’essere protagonisti di una realtà forse piccola ma cento, mille volte più vera delle pailettes e dei lustrini di realtà lontane, aliene, di plastica. Fate capire loro che a questo mondo non è importante vincere ad ogni costo bensì dare del proprio meglio, amare ciò che si è, essere orgogliosi delle proprie origini, del proprio sangue e della propria terra. E con buona pace degli amici ravennati e riminesi, in Romagna esiste una parola che sintetizza tutti questi concetti simbolicamente e che ci unisce da Lugo a Senigallia, da Sansepolcro alle coste del Santerno: quella è parola è Cesena.