ESCLUSIVO | Rino Foschi parla del fallimento del Cesena

A tu per tu con l’ex direttore bianconero: “Il mio primo 'salvataggio' del Cesena è del 2002. In Romagna ho fatto plusvalenze vere. Il mio errore più grande nel 2014, in serie A... ”
15.10.2018 19:30 di Flavio Bertozzi  articolo letto 7687 volte
Rino Foschi
© foto di Chiara Biondini
Rino Foschi

Torna a parlare del suo amatissimo Cesena. A tutto tondo. Per la prima volta dopo il suo sofferto addio al Cavalluccio. Per la prima volta dopo il fallimento del club di corso Sozzi. Per la prima volta dopo la rinascita bianconera ‘targata’ Pubblisole.
Confessioni, rivelazioni, speranze, rimpianti, pronostici: non manca proprio nulla.
Signore e signori, riecco a voi l’inossidabile Rino Foschi. Ovvero il personaggio più influente del mondo Cesena (almeno) dell’ultimo Ventennio.
“Sono orgoglioso di quello che ho fatto in tutti questi anni in Romagna – tuona l’attuale direttore dell’area tecnica del Palermo –: e non soltanto perché io, a Cesena, ero uno che faceva plusvalenze vere... ”.

Foschi, lei ci credeva al ‘famoso’ piano di ristrutturazione del debito ideato da Lugaresi & Company?
“Assolutamente no! Non ci credevo! Ho sempre pensato che l’Agenzia delle entrate non avrebbe mai dato il proprio ok a quel complicato piano di risanamento. Ed è proprio per questo che, lo scorso 28 maggio, seppur a malincuore, con una lettera ho deciso di lasciare definitivamente il mio incarico a Cesena. Non c’erano più i presupposti per andare avanti”.

Una misera manciata di settimane dopo quella lettera è arrivato poi il crac bianconero.
“E con quel crac è come se fosse morta una parte di me. Io ero, sono e resterò il più grande tifoso del Cesena. Cesena è... casa mia. Per il Cesena ho sempre dato il 100%. Anzi, il 200%. Per dare una mano al Cesena, per cercare di salvare la baracca bianconera dal naufragio, in tutti questi anni ho rinunciato anche a contratti importanti già firmati con il Genoa e il Palermo. Ho passato centinaia di notti insonni. Ci ho rimesso la salute. Ma quel maledetto fallimento ha spazzato via tutto, all’improvviso”.

Chi conosce la storia bianconera sa bene che lei già in passato aveva evitato il fallimento del Cesena.
“Non ho evitato un fallimento, ma più fallimenti! La prima volta già nel lontano 2002, quando riuscii a cedere Santoni al Palermo a un prezzo a dir poco maggiorato. In più di un’occasione ho usato le mie amicizie, le mie storiche conoscenze, i miei ‘crediti sportivi’ maturati nella mia lunga carriera, per tenere in vita il Cesena, per aiutare Giorgio Lugaresi. Quanti affari ho fatto con l’Atalanta del mio amico Percassi, col Sassuolo di Squinzi, col Genoa di Preziosi!? Tanti, tantissimi. Io signori, a Cesena ho fatto più di 25 mln di plusvalenze. Plusvalenze vere. Reali. E sottolineo con forza la parola ‘reali’. Non scordatevi dei Defrel, dei Sensi, dei Djuric, dei Ragusa, dei Ciano, dei Garritano. Lo dico a testa alta: io sono orgoglioso di quello che ho fatto a Cesena in tutti questi anni, con il massimo impegno personale e professionale”.

Nell’estate del 2017, i conti bianconeri, erano già più che mai in rosso. Lei però, per costruire quella squadra che si è ‘solo’ salvata in extremis, ha speso tanti soldi. Troppi soldi.
“In quel mercato ho speso qualcosa in più rispetto al budget perché mi sono portato a casa anche dei giocatori a parametro zero che, per venire da noi, ‘spingevano’ forte sul loro stipendio. Ma credetemi, non abbiamo sforato più di tanto. E comunque mi piace sottolineare con forza il fatto che io, alla fine, lo scorso maggio mi sono salvato sul campo. Se proprio volete sapere qual è il mio più grande rimpianto in bianconero ve lo dico... ”.

Ci dica pure. Non aspettiamo altro.
“Nel 2014, quando con Bisoli siamo andati in A dopo la finale play-off di Latina, avrei dovuto costruire una squadra con più giovani e con meno giocatori navigati. È lì che ho sbagliato strategia. In soldoni: avrei dovuto spendere la metà di quello che poi abbiamo speso. Sì, esattamente la metà. Così, se fossimo retrocessi, sarebbe cambiato poco o nulla. Se invece ci fossimo salvati il futuro del Cesena avrebbe potuto subire una svolta decisiva... ”.

Voltiamo decisamente pagina. Che ci dice di questo nuovo Cesena che sogna di tornare subito fra i prof?
“Dico che la serie D la conosco poco. Dico che da Palermo faccio un po’ fatica a seguire con attenzione tutto il nuovo mondo del Cesena. Allo stesso tempo però dico che Pelliccioni è un buon direttore sportivo, uno che conosce questa categoria ad occhi chiusi: di lui mi fido. Vincere un campionato non è mai facile, anche fra i dilettanti. Queste prime giornate hanno dimostrato che la squadra di Angelini, se vorrà andare su, dovrà faticare parecchio. Io però voglio essere ottimista. Mi auguro che il caldo popolo del Manuzzi possa sempre fare la differenza. E se in casa le vinci tutte o quasi tutte, poi diventa tutto più facile... ”.

Secondo lei ha fatto bene il presidente Patrignani a riportarsi a casa il vecchio Agliardi?
“Ha fatto benissimo. Federico, io, lo conosco bene: l’ho avuto alle mie dipendenze diversi anni, non solo a Cesena. Agliardi è un buon portiere, un uomo spogliatoio, uno che ha tanta esperienza, un grande professionista. E poi Agliardi ha un’altra dote importante, forse la più importante di tutte: è innamoratissimo del Cesena e di Cesena. Forse quanto me... ”.

Se lo scorso 28 maggio lei non si fosse dimesso, se la scorsa estate il Cesena non fosse fallito... 
“Di certo, la scorsa estate, sul mercato avremmo potuto fare tanti bei soldini sia con Dalmonte che con il baby bomber Moncini [con la vendita di questi due attaccanti, SuperRino, avrebbe portato a casa almeno circa 8 mln di euro puliti, n.d.r.]. La vita, comunque, non si fa né con i ‘se’ né con i ‘ma’. Ormai è inutile fare questi discorsi. Il mio vecchio Cesena non c’è più. E questa ferita non si rimarginerà più. Mai più... ”.