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 Giovedì 19 Gennaio 2017
A TE DEG ME

A TE DEG ME - CiFortMilan

07.01.2017 11:00 di Redazione Tuttocesena  articolo letto 1388 volte
© foto di DiLeonforte/TuttoCesena.it
A TE DEG ME - CiFortMilan

Riceviamo e pubblichiamo una bellissima lettera di commiato per Milan Djuric da parte di Lorenzo.

Lorenzo: "Mi chiamo Lorenzo, ho 22 anni, seguo il Cesena da parecchio tempo ormai, sempre dallo stesso posto allo stadio, nonostante negli ultimi anni mi sia trasferito a Milano, prima per studio poi per lavoro. Non mollo il mio seggiolino da quando sono entrato per la prima volta, da profano del calcio, al Manuzzi.
Nella mia famiglia non siamo mai stati grandi appassionati di questo sport, ma ho avuto la fortuna di conoscere qualcuno che mi ha avvicinato a questo mondo. Ero piccolo quando ho fatto il mio primo abbonamento, avrò avuto 10-11 anni: all’inizio per me Cesena era un grande divertimento tra i tifosi, la curva, i gol, i fumogeni e gli striscioni. Crescendo il divertimento si è trasformato in passione, e come crescevo io cresceva la mia conoscenza del calcio e la mia passione per il Cavalluccio. All’inizio ero il bambino che veniva preso di mira dal “sì ok il Cesena, ma in Serie A chi tifi?”, cui io rispondevo sistematicamente “nessuno, tifo Cesena, cosa vuol dire in Serie A chi tifo?”, con conseguente incredulità che non comprendevo delle persone che mi stavano attorno. Col passare del tempo, per fortuna, la domanda è andata scemando ma ancora a 22 anni, per tutti, sono quello che viene preso goliardicamente in giro perché supporter sfegatato di una squadra “piccola” come il Cesena.
Il giocatore più “vecchio” che mi ricordo è Confalone, che ho visto giocare per poco, ma da quel momento li ho visti tutti: Cavalli, Salvetti, Biserni, Pestrin, Bernacci, fino ai giorni più recenti con Brienza, Antonioli, Marilungo, Ragusa, Sensi, per citare i primi che mi vengono in mente. E, ovviamente, nonostante non li abbia potuti vedere dal vivo, rieccheggiano i racconti su Hubner, Schachner, Seba Rossi, il Magdeburgo.
C’è un giocatore però, fondamentale per me, che ha accompagnato la mia crescita calcistica cesenate. Ha qualche anno in più di me, è alto qualche centimetro in più di me ma siamo entrati al Manuzzi quasi nello stesso periodo. Mi ricordo che era giovanissimo, forse per questo mi ha impressionato più degli altri, ma fin da subito mi ha colpito.
Dopo qualche tempo dall’esordio e qualche soddisfazione, è andato via, per fortuna in prestito. Dico per fortuna perché sapevo che un giorno sarebbe tornato. Spesso criticato, anche io nonostante mi arrabbiassi perché a volte sbagliava cose elementari, dentro di me sapevo che aveva grandissimo potenziale e sarebbe successo qualcosa di grande un giorno. Era giovane, doveva crescere e lo stava facendo come lo stavo facendo io. Salutato per qualche anno dalla provincia romagnola, tutti gli alti e bassi del cavalluccio in mezzo, ogni finestra di mercato si parlava di punte, schemi, tattica, a volte compariva il suo nome e io speravo sempre di vederlo tornare. Non vedevo l’ora che tornasse a Cesena perché come lui ha sempre espresso attaccamento alla maglia, ero convintissimo che quando sarebbe tornato si sarebbe scritto un capitolo bellissimo di questa storia. Il suo impegno, la sua voglia di crescere e il sacrificio lontano da casa erano esemplari per me.
Alla fine, finalmente, è tornato. In silenzio, quasi tra lo scetticismo generale, senza essere celebrato come i top player che sistematicamente ogni estate infiammano Cesena per poi deludere amaramente. Caschetto in testa, piccone in mano, l’altezza di un armadio. Per quanto l’avessi visto in televisione tra Cittadella, Crotone, Ascoli, mi sembrava diametralmente un’altra persona dal vivo: era completamente diverso dal giocatore che avevo visto l’ultima volta al Manuzzi. 
Quel cambiamento fisico era segno di un cambiamento anche mentale, perché non era cresciuto solo in altezza ma anche in testa e volontà.
La partita che per me sancisce questa esplosione è quel bellissimo Cesena-Juventus in cui, casaccato di rosa, si è messo a fare a sportellate col celebre blocco Ital-Juve. Proprio quella che i vari “sì ok il Cesena, ma in Serie A chi tifi?”, tifavano, e sappiamo tutti come è andata quella partita. Nonostante il Cavalluccio si barcamenasse tra debiti e sacrifici di giocatori “fondamentali", sapevo che finché la torre era in campo il fortino era protetto. 
“Fatelo giocare con Rodriguez vicino”, “qualcuno a dargli una mano, è sempre solo”, “basta con lanci lunghi non possiamo sempre fare affidamento su di lui”, “certo che di testa le prende tutte eh”, “madonna che gol si è inventato questa volta”, “o gli fai fallo o non lo sposti”.
Era finalmente al centro dei discorsi, il posto che meritava perché finalmente la bandiera sventolava sul punto più alto del campo, dove doveva stare. I sacrifici venivano ripagati, e il piacere di vedere un giocatore cresciuto totalmente a Cesena mettersi sulle spalle la squadra intera era per me una grandissima gioia.
Adesso, la cessione a titolo definitivo. Dentro di me a Dicembre facevo finta di niente, tanto che in queste vacanze natalizie mi sono concesso il lusso di seguire il Cesena da casa, ignorando che sarebbe stato il primo a partire questo Gennaio. Non volevo crederci, così tanti anni di sacrifici per così poco riscatto. Sarebbe sicuramente rimasto. Invece no.
È per questo che per me, oggi, si chiude un bellissimo capitolo del Cavalluccio: perché mette la parola fine a uno dei più grandi prodotti del vivaio bianconero, checchè se ne dica dei vari Sensi e affini. Questo è un giocatore che è nato, cresciuto e affermato con questa maglia. Che comunque andassero le cose, lui la palla la teneva. Che comunque parlasse la gente, lui la testa l’aveva in campo. Che comunque pensasse il mister, gli scarpini erano sempre pronti. Questo non è uno di quei giocatori “fondamentali” di cui si parlava sopra, quel fondamentale che puoi trovare ovunque: questo era un giocatore unico e per unico non intendo tecnicamente, ma mentalmente, perché ha fatto un percorso di crescita talmente attaccato al Cesena che nessun altro avrà mai, se non in anni di sviluppo. Forse non avrà il successo sportivo dei citati sopra, ma sicuramente se lo merita, e se non l’avrà in campo l’avrà altrove. Oggi io personalmente saluto la mia grande bandiera cesenate, un giocatore e una persona che rappresenta un calcio di altri tempi, quando a fare eco non c’era la piscina in terrazzo ma l’impegno in campo. Il giocatore che a Cesena tutti vogliamo, tanto parliamoci chiaro, non ci sono mai andati a genio i fenomeni da baraccone. Ed è anche per questo che il Manuzzi perde un giocatore che lo rappresenta. E ci rappresenta. 
Tanti auguri per un futuro roseo e pieno di soddisfazioni, Milan. Grazie e spero a presto. 
Questa volta niente #daiburdel, questa volta #CiFortMilan. 
Adesso testa avanti per scrivere altre storie.
Forza Cesena"


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